venerdì 21 febbraio 2014

MOBY: William

Nervi prima della battaglia

Gli uomini avevano dormito con le armi per tutta la notte, come ordinato da Sir Henry. Anche se uno non dormiva proprio sopra moschetto e cartucce, c'era qualcosa nel dormire con una pistola a contatto con il corpo che teneva all'erta, pronto a svegliarsi in un secondo.
William non aveva armi, e non aveva bisogno di svegliarsi, così come non prendeva sonno, ma non per questo era meno vigile. Non avrebbe combattuto, cosa che lo rammaricava profondamente...però ci sarebbe stato.
Il campo era un caos, il suono dei tamburi andava su e giù per le file di tende, si chiamavano i soldati e l'aria era pregna di profumo di pane appena cotto, carne di maiale e porridge caldo.

Non c'era ancora alcun segno visibile dell'alba, ma si poteva intuire che il sole era lì, appena sotto l'orizzonte, sollevandosi con lenta inevitabilità per domaninare la giornata. Il pensiero gli ricordò, vividamente, la balena che aveva visto durante il viaggio in America; un'ombra scura sul lato della nave, facilmente scambiabile per un cambiamento di luce sulle onde, e poi, lentamente, l'aumento della massa, la realizzazione improvvisa e la meraviglia di vederla apparire così vicina, così grande e proprio lì.
Si fissò le giarrettiere e le strinse prima di fasciarsi le ginocchia e infilarsi gli stivali Assiani. Almeno aveva riavuto la sua gorgiera, per dare un tocco di cerimonialità al banale compito della vestizione. La gorgiera, naturalmente, gli ricordava Jane - sarebbe mai più stato in grado di indossarla senza pensare a quella dannata ragazza? - ed i recenti avvenimenti.
Si era pentito di non aver accettato la sua offerta, e ancora se ne pentiva. Poteva ancora sentire il suo profumo, muschiato e morbido, come con la testa appoggiata su una folta pelliccia. Le sue parole gli bruciavano ancora e sbuffò, sistemandosi la giacca sulle spalle. Forse ci avrebbe ripensato prima di raggiungere New York...
Questi pensieri noiosi furono interrotti dalla comparsa di un altro dei collaboratori di Sir Henry, che aveva infilato la testa nel lembo della tenda, chiaramente molto agitato.
"Oh, eccovi Ellesmere. Speravo di trovarvi...qui". Lanciò un biglietto ripiegato in direzione di William e scomparve.
William sbuffò di nuovo e lo raccolse da terra. Thompson e Merbling se n'erano andati entrambi e avevano delle truppe da ispezionare e comandare; li invidiava parecchio.

Veniva dal generale Sir Henry Clinton e la cosa lo colpì allo stomaco come un pugno. "...In vista del vostro status particolare, penso che sia meglio che rimaniate con il personale clericale oggi ..."
"Stercus!" Disse, trovando il tedesco insufficiente per i suoi sentimenti. "Excrementum Obscaenum! Filius Mulieris prostabilis!"
Gli si strinse il petto, il sangue gli pulsava nelle orecchie, e voleva colpire qualcosa. Sarebbe stato inutile appellarsi a Sir Henry, lo sapeva bene. Ma avrebbe trascorso praticamente la giornata a tirarre calci della tenda dei preti - cosa c'era da fare per lui, se non gli veniva permesso di portare dispacci o anche fare il lavoro semplice, ma necessario di guidare la carovana del campo e i lealisti? Perchè doveva portare la cena degli ufficiali o reggere una torcia in mano, quando faceva buio, come un cazzo di candelabro?


Scaldarsi

"Occupato?" La truppa britannica aveva combattuto; William poteva sentire l'odore del fumo su di loro e un paio di uomini con quelle che sembravano piccole ferite, era seduto contro il fienile, le divise striate di sangue. Le porte del fienile erano aperte sul vuoto e l'aia era calpestata e macchiata di letame; si chiese per un attimo se l'agricoltore avesse spostato il suo stesso bestiame o se l'uno o l'altro degli eserciti avesse preso gli animali.
"Non abbastanza occupato," rispose Tarleton, leggendo la nota. "Questo può aiutare, però. Stiamo andando come rinforzo per Lord Cornwallis." Il suo viso si arrossò per il caldo e la pelle gli si stava chiamaremente tagliando sullo spesso collo muscoloso, ma sembrava estremamente allegro alla prospettiva.
"Bene," disse William, accingendosi a girarsi e andarsene, ma Tarleton lo fermò con una mano alzata. Nascose la missiva in tasca, insieme al fazzoletto verde.
"Dato che ti vedo, Ellesmere... ieri sera ho visto un pezzo gustoso tra le fila degli approvvigionamenti del campo" disse. Tarleton si succhiò il labbro inferiore per un istante e lo lasciò andare, rosso e umido. "Molto gustoso, e con lei c'era una dolce sorellina, anche se non abbastanza matura per me." William sollevò le sopracciglia, ma sentì le tensione nelle cosce e nelle spalle.
"Le ho fatto un'offerta," disse Tarleton, con noncuranza ma con uno sguardo fisso alle mani di William. William le rilassò con uno sforzo. "Ha comunque rifiutato...ha detto di essere vostra?" Quest'ultima non era proprio una domanda, ma non era neanche una vera affermazione.
"Se il suo nome è Jane," disse William brevemente, "lei e sua sorella sono in viaggio sotto la mia protezione."

Lo sguardo interrogativo di Tarleton face posto ad un aperto divertimento.
"La vostra protezione", disse di nuovo. Le sue labbra carnose si contrassero. "Credo che mi abbia detto che il suo nome fosse Arabella, anche se forse stiamo pensando a delle ragazze diverse."
"No, non è così." William non voleva avere quella conversazione, e ne raccolse le redini. "Non osare toccarla, cazzo."

Fu un errore; Tarleton non si sottraeva mai ad una sfida. I suoi occhi brillarono e William lo vide sistemarsi a gambe divaricate.
"Combatti tu per lei", disse.

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