venerdì 10 giugno 2016

Estratto dal 9° libro: Jamie e Claire, certe cose non cambiano mai.

“…la notte che facemmo Faith.”
Alzai la testa sorpresa.
“Sai quando è stata concepita? Io non lo so.”
Fece scorrere la mano lentamente sulla mia schiena, con le dita che si fermavano per disegnare dei cerchi.  Se fossi stata un gatto, mi sarei messa a sventolargli delicatamente la coda sotto al naso.
“Aye, beh, suppongo che potrei sbagliarmi, ma ho sempre pensato che fosse stato la notte che venni nel tuo letto all'Abazia.”
Per un momento brancolai fra i miei ricordi. Quel periodo all'Abazia di Ste. Anne, quando fu così vicino a scegliere di morire, era uno di quelli che ripercorrevo di rado. Era stato un periodo di paura e confusione, di angoscia e disperazione. Eppure, quando mi guardavo indietro, trovavo una manciata di immagini vivide che spuntavano fuori come lettere illuminate su una pagina di latino antico.
Il viso di Padre Anselm, pallido alla luce delle candele, i suoi occhi caldi pieni di compassione e poi il crescente bagliore via via che ascoltava la mia confessione. Le mani dell’abate che toccavano la fronte, gli occhi, le labbra e i palmi di Jamie, delicate come il tocco di un colibrì, mentre ungevano il nipote morente con il sacramento dell’estrema unzione. La quiete della cappella, immersa nell'oscurità, dove avevo pregato per la sua vita e visto la mia preghiera esaudita.
E fra questi momenti c’era la notte in cui mi svegliai dal mio sonno e lo trovai in piedi, una pallida apparizione accanto al mio letto, nudo e infreddolito, così debole che poteva a malapena camminare, ma di nuovo pieno di vita e di una testarda determinazione che non lo avrebbe mai più lasciato.
“Ti ricordi di lei, quindi?” La mia mano si posò delicatamente sul mio stomaco mentre ricordavo. Non l’aveva mai vista o percepita, al di là di qualche calcio casuale e qualche spinta da dentro di me.
Mi baciò velocemente la fronte, poi mi guardò.
“Lo sai che lo faccio. Tu no?”
“Sì. Volevo soltanto che mi raccontassi di più.”
“Oh, intendo farlo.” Si sistemò su un gomito e mi strinse a sé, in modo che potessi condividere il suo plaid.
“Ti ricordi anche di questo?” chiesi, tirando giù la falda del tessuto con cui mi aveva coperta. “Quando condividesti il tuo plaid con me, la notte che ci conoscemmo?”
“Per evitare che ti congelassi? Aye.” Mi baciò la nuca. “Ero io a congelare, all'Abazia. Mi stavo consumando, cercando di camminare, e tu non mi lasciavi mangiare nulla, così stavo morendo di fame, e…”
“Oh, lo sai che non è vero! Tu…”
“Ti mentirei mai, Sassenach?”
“Sì, lo faresti eccome,” dissi, “Lo fai continuamente. Ma non preoccupiamoci di questo, ora. Stavi morendo di freddo e di fame e all'improvviso decidesti che invece di chiedere a Frate Roger una coperta o una tazza di qualcosa di caldo, avresti barcollato nudo giù per il corridoio di pietra scura e ti saresti infilato a letto con me.”
“Certe cose sono più importanti del cibo, Sassenach.” La sua mano si sistemò fermamente sul mio didietro. “E scoprire se sarei mai più stato in grado di andare ancora a letto con te era più importante di qualsiasi altra cosa, in quel momento. Avevo deciso che se non ci fossi riuscito, me ne sarei semplicemente andato fuori nella neve e non sarei mai più tornato.”
“Ovviamente, non ti era passato per la mente di aspettare qualche altra settimana per ritrovare le tue forze.”
“Beh, ero abbastanza sicuro di riuscire a camminare fin lì appoggiandomi al muro e che poi avrei fatto il resto sdraiato, quindi perché aspettare?”

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