lunedì 22 giugno 2015

Terry Dresbach racconta com’è far rivivere la Storia

La costumista di Outlander, Terry Dresbach, ha avuto il mastodontico compito di stabilire l’aspetto di un mondo che è tanto estraneo agli spettatori quanto lo è per l’eroina viaggiatrice nel tempo Claire Randall (Caitriona Balfe), la Scozia del XVIII secolo. Racconta a Variety di come ha adattato per lo schermo i costumi del romanzo best-seller di Diana Gabaldon e di come ha trovato lo stile perfetto che ha aiutato Claire e Jamie Fraser (Sam Heughan) ad apparire come gli eroi che sono.

Quando è giunto il momento di creare i così tanti e vari costumi di Outlander, quanti di questi avete dovuto realizzare personalmente rispetto a quelli che avete potuto noleggiare o comprare altrove?
Circa il 98,9 percento. Lo shock più grande, quando siamo arrivati in Scozia e abbiamo iniziato questo lavoro sette settimane prima dell’inizio delle riprese è stato che non c’era quasi nulla che potevamo noleggiare e che quindi avremmo dovuto realizzare centinaia e centinaia e centinaia di costumi, non solo per gli attori principali, ma anche per tutte le comparse. Non so nemmeno se ho contato quanti costumi abbiamo realizzato, ma la maggior parte di quelli per le comparse li abbiamo realizzati noi.
Non c’è molto da poter noleggiare come costumi storici in generale, ma poi ora qualsiasi cosa al mondo viene girata in Gran Bretagna. Così arrivi lì e vedi un bellissimo cappotto al negozio di noleggio ed è prenotato per Pirati 4 o per Da Vinci’s Demons… Quindi è diventato molto chiaro che avremmo dovuto fare tutto. Tutti gli abiti principali. Tutti gli abiti per gli attori protagonisti. Abbiamo realizzato tutto quello che indossano. Non c’è niente di noleggiato indossato da nessuno del cast e ci sono veramente pochi pezzi noleggiati anche per quanto riguarda le comparse. E questo è niente in confronto alla seconda stagione.

È un seguito perfetto, perché siete diretti a Parigi nella seconda stagione, che ovviamente dovrà mostrare uno stile e un approccio molto diversi. Com’è stata la preparazione per la nuova stagione?
È molto rinfrancante parlare con qualcuno che sa davvero che c’è una differenza fra il XVIII secolo in Scozia e il XVIII secolo a Parigi. [Ride] Non crederesti a quante persone semplicemente dicono “non puoi usare gli stessi costumi?”  e io tipo “No, non si può.” A parte la linea – che è la stessa perché è europea, e ovunque tu sia in Europa è essenzialmente la stessa linea – è tutto quello che c’è di simile. Il resto lascialo a casa.
Così abbiamo appena finito di realizzare da zero 900 costumi per le comparse. È una follia, ancora più folle dell’anno scorso, e stiamo ricominciando tutto daccapo per i costumi principali. Quindi stiamo ripetendo lo stesso identico processo, solo con numeri più grandi, e un costume che avrebbe richiesto una settimana per essere realizzato ne richiede due. Due settimane ne richiedono quattro.
È buffo perché in Scozia non c’è molto su cui fare ricerca per sapere cosa indossassero le persone oltre a qualche dipinto vittoriano. Non è così per la Parigi del XVIII secolo. È meticolosamente descritta. C’è ogni più piccolo dettaglio di quale materiale era fatto il bottone sul polsino sinistro contro il polsino destro. Diventa piuttosto intenso. Non c’è molto spazio per improvvisare, non c’è molto margine di errore – devi farlo per bene. C’è un sacco di gente là fuori che può puntare il dito dicendo tutto quello che hai sbagliato.
Hai davvero sulle tue spalle il compito di creare un intera patrimonio di costumi di città, apparentemente. Hai più tempo di quello che avevamo l’anno scorso, ma in termini di percentuale non è proprio così, poiché i costumi sono molto elaborati. È un sogno. Penso che ogni costumista vorrebbe fare il XVIII secolo. La realtà è che non hai cinque anni per prepararlo.

Leggendo il secondo libro di Diana Gabaldon, Dragonfly in Amber [L’amuleto d’ambra + Il ritorno], traspare con evidenza dalle pagine che l’abbigliamento è molto più succinto e audace – gli abiti a Parigi sono più una questione di moda che di utilità, contrariamente alla Scozia dove l’obiettivo è stare caldi.
Tutto a questo proposito [è differente]. I tessuti sono differenti. Anche gli aspetti culturali – le differenze fra un costume inglese e uno francese. Nulla è cambiato. I vestiti sono un’arte [in Francia] ed è un’espressione dell’arte e questo è uno dei periodi in cui era realizzata così squisitamente. [Questo è] il motivo per cui la moda non ha mai abbandonato il XVIII secolo e per cui l’ultima collezione di Dior è stata nuovamente un’allusione al XVIII secolo; Lagerfeld ha costruito una carriera sul XVIII secolo; Vivienne Westwood, sta continuando. Non finisce mai, il fascino della moda. Non solo è bello, ma è anche il periodo più sexy di sempre. Celebra la forma umana. È un bellissimo contenitore che racchiude il corpo.

Quanto disegni dalle descrizioni dei costumi nei libri? Anche con quelle, ogni lettore avrà le proprie idee…
È interessante, perché diciamo sempre che il libro – perché ho letto il libro un milione di volte da quando è uscito – è il nostro progetto, ma non la nostra Bibbia. E in realtà quello che vedete sullo schermo è quello che avevo nella mia mente quando ho iniziato a leggere il libro alla fine degli anni ’90. E poi all’improvviso ti ritrovi a tirarlo realmente fuori ed è una sfida perché ti dici “aspetta un minuto, questo è solo qualcosa che ho avuto in mente per 15 anni. È giusto? Fin dove posso arrivare con questo?
Quindi è davvero interessante, in quanto costumista, disegnare qualcosa di cui hai una conoscenza così intima come lettrice, non come designer, e lo guardi con un occhio completamente diverso. È piuttosto affascinante conoscere il materiale così profondamente ancor prima di prendere la matita in mano.

Sembra essere di gran beneficio avere questo personale legame emotivo col materiale?
È affascinante. Ho questo legame con lo show. Sono sposata col tizio che praticamente ha l’incarico di scriverlo. La progettista di produzione è mia amica da vent’anni. Con John Dahl, che ha diretto i primi episodi, ho lavorato per oltre vent’anni, quindi c’è molta famiglia, molte relazioni strette che ti permettono di esplorare e approfondire e giocare e avere fede e sicurezza e fiducia in tutto il processo e questo ti consente di avere la creatività che spesso non ottieni.

I personaggi passano molto tempo a cavallo e in ogni tipo di situazioni pericolose. Quanto influisce questo sul tuo processo di creazione dei costumi? Claire ha qualche gonna doppione?
Abbiamo un sacco di gonne doppione. Questa donna va a cavallo, salta dalle colline… Non mi pare che sia ancora andata a fuoco, ma potrebbe succedere in qualsiasi momento. Quello che è meraviglioso con i costumi, è che tu arrivi qui e hai un concetto del XVIII secolo e lo butti immediatamente dalla finestra, perché dopo solo un paio di giorni qui sei congelato e fradicio e pensi “Oh, bene, moriranno se li infilo in quello”.
Cominci a vedere che tutta quella lana li ha tenuti davvero al caldo e gli attori pensano “Oh, grazie a Dio, indosso di nuovo della lana.” È abbastanza interessante rendersi conto che ciò che è ingombrante in realtà è anche protettivo. E quindi, quello che abbiamo finito per fare, che è proprio il riflesso di quello che sarebbe potuto davvero accadere, è stato di realizzare costumi in base alle esigenze.
Quando Caitriona parte a cavallo per andare di villaggio in villaggio abbiamo girato queste scene in pieno inverno. Quindi aveva bisogno di un cappotto. Aveva bisogno di qualcosa che la tenesse davvero al caldo, così ha avuto quel cappotto con la fodera di pelliccia bianca. È stato realizzato in base a una necessità pratica. E poi tu cerchi di fare in modo che sembri  eccezionale. Questo è uno show molto integrato. È piuttosto affascinante – stai seguendo passo passo quello che è il libro, nel design e nelle riprese. È davvero interessante.

Ovviamente molta attenzione viene data ai vestiti elaborati di Claire, ma cosa ti è piaciuto di più nel vestire i personaggi maschili?
È buffo, quando ho deciso di lavorare allo show ho pensato “bleah, ora devo fare un kilt”, e ora sono innamorata del kilt. Ogni cultura ha il suo kilt – esiste ogni tipo di indumento realmente adatto a uno scopo pratico.
Altra cosa del realizzare un kilt, è vedere che quello che avrebbero fatto nel XVIII secolo funziona un po’ come la tua macchina – hai le tue cose nel sedile posteriore, questo è nel cruscotto, mentre lì c’è una tasca – tutto in quell’indumento è pratico. Ci puoi dormire. Ci puoi cavalcare. Ti ci puoi riparare dalla pioggia. Ti ci puoi nascondere dentro. È quest’incredibile indumento adatto a tutto. Ma quello che è accaduto con gli attori di assolutamente affascinante è che quando siamo arrivati lì era metà gennaio, un freddo tremendo, alle 4:00 del mattino, la troupe vestita con indumenti high-tech era bagnata fradicia e moriva di freddo mentre i nostri attori erano al caldo perché stavano indossando indumenti autentici. Stavano indossando la cosa giusta e stava facendo quello che doveva fare. Così, mantenendo tutto il più autentico possibile, abbiamo creato questa specie di mondo ombra in cui realmente vivevamo e mettevamo in scena il XVIII secolo, nello stesso modo in cui avrebbero fatto loro. È stato notevole.
E poi ognuno dei nostri attori ha adattato il proprio stile al kilt e ha trovato il proprio modo di indossarlo, cosa che, di nuovo, era quello che facevano ai tempi. Così, il primo giorno sul set, quando Sam è uscito  e stava indossando il kilt lungo, che da dietro sembrava una gonna, ho pensato “Oddio, lo devo raggiungere, non può seriamente farlo – i fan e le persone da tutte le parti del mondo si sarebbero chieste “perché indossa un vestito? È il peggior cliché.” Poi ha camminato per la stanza e questa cosa vorticava dietro di lui, ed è stato il momento più romantico e spavaldo. Era semplicemente favoloso. Sam ha messo questo sul piatto. Così il modo in cui gli attori vivono gli abiti dà un tocco di realtà che è davvero interessante e dà una diversa prospettiva, che non è più solo la mia. Come vesti un eroe? Lo vesti come abbiamo vestito Jamie Fraser e Sam Heughan. È come “Oh, guarda, è un eroe.”

Hai menzionato il fatto che non c’è molto materiale concreto di quel tempo sulla base del quale disegnare, in termini di opere e manufatti, com’è stato quindi il tuo processo di ricerca?
All’inizio era terribilmente frustrante, come quando abbiamo realizzato del noleggio – la fredda, dura realizzazione che a sette settimane dall’inizio che non avremmo avuto molto su cui basarci qui… Ron [il marito della Dresbach e produttore esecutivo di Outlander] aveva lanciato e io avevo lanciato l’idea che avremmo fatto tutto in maniera autentica. Non l’avremmo fatto moderno. Non ci sarebbe stato nessun abito da passerella là fuori. Ed ero tipo “Oh cavolo, ma dov’è la moda di Alexander McQueen quando mi serve?
Così metti insieme i pezzi. Prendi tutti i pezzettini che hai. Fai quello che ora chiamo “forense”. Prendi il quadro e lavori a ritroso. Dici “Va bene, c’è un quadro che qualcuno ha dipinto di loro stessi, ma ti puoi dipingere del colore che vuoi. Forse è reale. Forse non lo è. Che c’è a supporto di questo? Che c’è a supporto di quello?
E poi vivi qui. Viviamo qui. Vivo qui da due anni e mezzo ormai. È la cosa che probabilmente e prioritariamente dà informazioni alle mie creazioni – il clima. Vivo ogni mio singolo giorno con i discendenti degli Highlander del XVIII secolo. Indossano tutti sciarpe, ogni giorno. Nessuno esce senza un cappotto. Viviamo nello stesso clima in cui vivevano loro - è freddo, è umido. Io e mio marito viviamo in una casa del ‘700. Ogni singolo giorno abbiamo a che fare con gli elementi e i colori – è semplicemente il più spettacolarmente bello dei Paesi. Ho sempre la sensazione, ora che sono qui, che non senti parlare abbastanza di quanto è bella la Scozia. È incredibilmente bella. Sentivo di avere il dovere di far rispecchiare i paesaggi e l’ambiente negli abiti. Così anche questo mi ha dato informazioni.
E in qualche modo, alla fine, quando metti insieme tutte queste piccole parti e questi pezzetti, ti ritrovi con questa cosa e la guardi quasi dal di fuori e pensi “Dio, come ci siamo arrivati?” Ma l’hai fatto. E di nuovo, è integrato. È un po’ dovuto al caso, un po’ alla fortuna. C’è un po’ di ricerca. Penso che il principio guida è che stai cercando di creare un mondo a cui le persone possono credere, che sia veritiero. Così anche quando devi  fare delle scelte – come gli accessori fatti a maglia di Claire, non avevamo nessuna prova che indossassero quel tipo di cose, ma cavolo se sembrava realistico. E questo è incredibilmente importante.

Giusto. In quanto spettatore non ho mai dubitato dell’autenticità dei costumi o della loro utilità.
Quando il pubblico lo fa – e sono una del pubblico anch’io a volte, mi rilasso e mi chiedo “da dove ha preso quello?” – il pubblico esce dalla storia e tu sei uscita dal tuo ruolo di narratore, perché è questo quello che tutti facciamo, siamo tutti narratori. Il mio lavoro è essere al servizio di questa storia e non tenere gli spettatori seduti lì a pensare ai miei costumi per troppo tempo. Devono seguire tutta l’azione e tutta la storia che si sta svolgendo sullo schermo, così tu [pubblico] devi credere a quello che ti racconto. E non ho bisogno di tirarti fuori dalla storia per 10 minuti mentre cerchi di capire da dove lei ha preso quelle scarpe.

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