venerdì 6 gennaio 2017

Bees: Caccia Notturna

Questo, tuttavia, era troppo. William si alzò e lasciò cadere la coperta, decine di piccole falene bianche si levarono dall’erba sorprese e svolazzavano curiose intorno alla sua faccia. Le ignorò, si mise gli stivali e si allontanò.
Non gli importava dove stava andando. Le sue membra si sentivano come se fossero state chiuse in un barile tutta la notte, strette e frementi con una ardente necessità di muoversi. I fuochi fumanti brillavano e guizzavano sotto la grande quercia, e l’odore gustoso della carne fece brontolare il suo stomaco. Uno degli indiani era addormentato vicino al fuoco, avvolto in una coperta; non poteva dire quale.
Voltando la schiena al fuoco, si diresse verso i campi che si trovavano dietro la casa. Mount Josiah vantava solo una ventina di acri coltivati a tabacco quando l’aveva vista anni prima; la terra era coltivata anche adesso?
Con sua grande sorpresa, lo era. I gambi erano stati raccolti ma il terreno era ricoperto di foglie sparse e frammenti; il forte odore di tabacco non polimerizzato giaceva come incenso nella notte. Il profumo lo calmò e lui percorse la strada lentamente attraverso il campo verso la sagoma nera della rimessa del tabacco. Era ancora in uso?
Lo era. Chiamato rimessa per amore di cortesia era poco più di un capannone, ma il retro era un grande arioso spazio dove i gambi venivano appesi per essere spogliati – ce n’erano solo pochi ora, che penzolavano dalle travi, a malapena visibili contro la debole luce delle stelle che trapelava attraverso le tavole larghe. Il suo ingresso fece muovere e frusciare le foglie secche impilate sulla piattaforma in un lato come se il capannone si fosse accorto di lui. Era una fantasia strana, ma che non disturbava – fece un cenno al buio, semicosciente dell’accoglienza.
Urtò in qualcosa che rifuggì con un suono cupo – come un barile vuoto. Toccando, ne contò più di una ventina, alcuni pieni, alcuni in attesa. Alcuni vecchi e pochi nuovi, a giudicare dall’odore del legno nuovo che aggiungeva il suo effluvio penetrante al profumo del capannone.
Qualcuno stava lavorando la piantagione – e non era Manoke. All’indiano piaceva fumare tabacco di tanto in tanto, ma William non lo aveva mai visto prendere qualsiasi parte in crescita o del raccolto. Né puzzava di esso. Non era possibile toccare il tabacco verde senza una specie di nero, appiccicoso catrame che aderiva alle mani, e l’odore in un campo di tabacco maturo era sufficiente a far girare la testa a un uomo adulto.
Quando viveva lì con Lord John – il nome gli provocò una debole fitta, ma la ignorò – suo padre aveva assunto operai dalla proprietà adiacente a monte, un posto grande chiamato Bobwhite, che potevano facilmente prendersi cura del modesto raccolto di Mt. Josiah in aggiunta al maggiore prodotto di Bobwhite. Forse la stessa soluzione era ancora in corso?
Il pensiero che la piantagione fosse ancora in funzione, anche in questa maniera spettrale, lo rincuorò un poco; aveva pensato che il posto fosse completamente abbandonato quando aveva visto le rovine della casa. Curioso, riprese la sua strada fuori dalla rimessa del tabacco e girò a ovest, calpestando i resti frantumati degli steli di tabacco, verso i campi più alti che erano usati per le colture meno pregiate. Si, anche questi erano stati piantati e raccolti; grazie alla pallida luce della mezza luna che si stava levando, vide le pannocchie stoccate e in piedi in fila come piccoli, laceri uomini. Aggirò il granturco e andò giù lungo i campi al fiume – Avevano tentato di coltivare il riso un anno, ma non aveva attecchito, non ricordava perché…un lungo tratto di terreno incolto pieno di erbacce ed erba secca e si allontanò dal fiume e si ritrovò a camminare sopra steli secchi crepitanti con un forte odore familiare…cosa…oh…lino. Certo.
Sorrise al ricordo di aver avuto il permesso di aiutare a trebbiare il lino: avevano messo i fasci di steli secchi in sacchi di tela ruvida e stesi su un piccolo pianerottolo di mattono e lui Papà, Manoke e Jim e Peter – si Jim e Peter, era corretto, i due servi neri erano saltati su e giù su di loro li avevano calpestati avanti e indietro e finito per ballare una quadriglia sfrenata sui sacchi sporchi di pedate. Avevano bevuto un sacco di birra; poteva gustare i fumi misti di lievito e alcool sulla parte posteriore della lingua e un pizzico di olio di semi di lino che gli faceva sempre pensare ai dipinti.
Un figura scura apparve improvvisamente dal buio davanti a lui e urlò e si gettò di lato, rovistando in fretta a quattro zampe, cercando affannosamente un bastone, una pietra, un…
“Tabernac – siete voi – Guillame-? Intendo..”
”Sono io” William disse brevemente lasciando cadere la manciata di terriccio e foglie che aveva afferrato. Rimase senza fiato per un momento, con le mani sulle ginocchia, prima di aggiungere “pensavo foste un orso.”
Era stato detto in tutta serietà ma Cinnamon fece un piccolo sbuffo di divertimento.
“Se ci fosse stato un orso nel raggio di 10 miglia, si sarebbe già unito a noi per la cena” disse. “Ho pensato di aver sentito qualcosa di più furbo, comunque, come un felino e così sono venuto a vedere.” Si schiarì la gola e sembrò allontanarsi un poco nella notte. “mi dispiace” disse in modo più formale. “io non intendevo..” agitò una mano vaga “..disturbarvi.”
“Non lo avete fatto” disse William, ancora breve ma non ostile. Niente di questo era colpa di Cinnamon – e l’uomo gli era piaciuto molto quando avevano passato l’inverno cacciando e mettendo trappole. Percorrendo lentamente a passi felpati miglia sulla neve sulle ingombranti scarpe di tessuto intrecciato che impedivano loro di affondare attraverso la sua crosta.
Rabbrividì un poco al ricorso, anche se la note non era molto fredda. Muco che colava e gelo nei capelli sulla sua faccia, l’aria come coltelli e aghi nei suoi polmoni. E il fuoco di notte, il suono del legno che bruciava, gocce d’acqua, il sangue che gocciolava dalla preda uccisa, il suo sangue che scorreva caldo e pungeva di nuovo nelle dita delle mani e dei piedi, la lunga trance di un giorno nella foresta rotta dallo shock del cibo caldo. E le loro chiacchierate.
 “Non lo avete fatto” Ripeté più fermamente. “Un felino avete detto? Grande?”
I suoi occhi erano abbastanza abituati al buio ormai che scorse il cenno di Cinnamon facilmente. William guardò dietro le sue spalle, tornando con la memoria sul suo percorso: aveva sentito niente, fiutato niente..? Non si muoveva niente solo i salici e gli ontani lungo il fiume, il fruscio delle foglie in una brezza leggera. Sentì più che vedere Cinnamon muoversi di lato, alzando il mento per annusare l’aria. Entrambi si irrigidirono nello stesso momento.
Dalla direzione della casa. Un tanfo acre così debole che si poteva non notare, a meno che una leggera brezza non lo spingesse su per il naso. William annuì verso Cinnamon. Felino
Gettò uno sguardo all’albero dove Manoke era ancora sdraiato nel bagliore del fuoco, avvolto in una coperta con larghe righe rosse e gialle. La mano di Cinnamon si chiuse sul suo avambraccio e avvertì lo scuotimento del capo dell’indiano. Annuì ancora e diede un colpo sull’anca di Cinnamon – era armato? Un soffio di disgusto – no. Neanche William lo era, e condivise il sentimento del suo amico; come poteva aver pensato di camminare su un terreno aperto dopo il tramonto senza neanche il fodero si un coltello!
Scosse la testa verso la casa e Cinnamon annuì.

di Diana Gabaldon
Traduzione di Iolanda

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