lunedì 28 marzo 2016

Estratto 9° libro: Uova di Pasqua

[Arriva una grande tempesta su Fraser's Ridge e Claire si precipita fuori per salvare i polli.]

Rimasi senza fiato per un attimo, asciugandomi il sudore dalla faccia con il grembiule, ma uno schizzo
premonitore di gocce di pioggia sulla pelle che ricopriva la finestra mi fece correre verso la porta sul retro, raccogliendo un grande cesto coperto lungo la strada.
Quattordici galline nankino, quattro dumpy scozzesi e due galli. Alle galline nankino piaceva razzolare tra i rami bassi dell'albero di carpino vicino alla loro stia, ma i galli potevano essere ovunque...
Con sicurezza, un certo numero di forme rotonde, increspate dal vento erano ammucchiate in gruppi tra i rami più bassi di carpino. Uno, due, tre, quattro, cinque... le contavo mentre le tiravo fuori dall'albero e le infilavo senza pietà nel mio cestino. Gracchiavano ma in realtà non opponevano resistenza; i polli non sono proprio dei geni, ma pensavo che potessero avere abbastanza senno da essere grati per venir salvati dalla tempesta. La temperatura dell'aria era scesa di ben dieci gradi negli ultimi minuti.
Otto finora...dove erano gli altri?
"Chook-chook-chook-chook-chook!" Chiamai con la voce appena udibile sopra il vento. Un debole squawk, fievole, ma abbastanza forte per rivolgere la mia attenzione verso il pollaio. Sì, altre due di sotto, la grande gallina rossa, che si stringeva sulla sua covata di piccoli pulcini e uno dei galli, le cui piume sulle zampe fuoriuscivano come aculei e gli occhi gialli impazziti. mi beccò selvaggiamente il polso quando raggiunsi la gallina rossa.
Dissi alcune cose sottovoce e lo afferrai per il collo. Ero tentato di strizzarglielo lì per lì, ma invece mi alzai, spalancai la porta della gabbia e ce lo gettai dentro, evitando di venir graffiata dai suoi speroni. Riversai il contenuto del cestino dopo di lui, caddi in ginocchio e afferrai la gallina rossa, gettai anche lei nel pollaio, poi chiusi la porta, caddi in ginocchio e cercai di afferrare follemente i pulcini.
La pioggia cominciava a cadere sul serio ora, non più un picchiettare giocoso. Le gocce fredde mi colpivano la schiena, dure come sassi. Quanti pulcini erano? Li raccoglievo nel mio grembiule, cercando di tenere il conto mentre raggiungevo i punti più profondi sotto la stia. Le mie dita colpirono qualcosa di duro che rotolò - un uovo solitario. Rincuorata, lo infilai in tasca e con un ultimo indagatore "chook-chook?" decisi di averle prese tutte e infilai le palline di lanugine nel buio caldo della stia puzzolente, dove vi si precipitarono come tante palline da ping-pong impazzite prima di finire sotto la loro chioccia.
Chiusi la porta e lasciai cadere il fermo, respirai a fatica per un momento, rendendomi conto che la ragione per cui le gocce di pioggia cadevano così fredde e pesanti era che in realtà si trattava di chicchi di grandine. Piccole sfere bianche mi stavano rimbalzando sulla testa e cadevano a terra, coprendo rapidamente chicchi di mais sparsi ed escrementi di pollo.

Mi tirai lo scialle sopra la testa e cercai sotto i [] cespugli vicino alla stia, poi più in alto camminai verso il giardino di Malva - le galline amavano andare lì e mangiare i parassiti dei pomodori - ma non c'era segno di movimento tra le piantine e [], a parte il vento. La grandine si fermò bruscamente così come era iniziata, e mi scrollai i chicchi di ghiaccio dalle spalle, chiedendomi dove diavolo guardare adesso.
Buttati indietro la testa e gridai, più volte e più forte che potevo "Cock-a-doodle-dooooo!"; a volte si riusciva ad indurre un gallo bellicoso a risponderti, ma non oggi.
Sentii un crescente senso di panico. Il vento mi sferzava le gonne intorno alle gambe e riuscì a sentire gli spruzzi di gocce fini contro le guance; Jamie non si era sbagliato nelle sue previsioni di ciò che sarebbe accaduto alle galline - ne ho perse molte, nel corso degli anni, per le volpi e altri predatori, ma molte di più per i capricci del tempo. Se non fossero state spazzate via, sarebbero potute morire congelate sedute sotto un albero durante la notte, le loro carcasse pennute martoriate come da palle di cannone ritrovate all'alba.
Corsi giù lungo il percorso della casa estiva - nessun segno di polli - poi su e verso il gabinetto; alle dumpys piaceva trovare riparo nelle vigne di caprifoglio a volte...
La porta era socchiusa, qualche maschio sconsiderato si era senza dubbio dimenticato di chiuderla in modo corretto, e la tirai per aprirla, anche se con cautela. Una volta avevo aperto la porta, rimanendo sorpresa nel vedere un enorme serpente a sonagli, arrotolato sul sedile. La sorpresa era stata sufficientemente reciproca che non avevo mai più aperto quella porta senza cautela.
La cautela era giustificata in questa occasione, anche se la latrina per fortuna non conteneva né galline, né serpenti. Conteneva uno scoiattolo rosso spaventato, che cercava di correre sul muro e si aggrappava al legno, la coda arruffata all'infuori e emettendo forti versi di rabbia verso di me.
"Se pensi di nascondere noci qui per l'autunno", dissi alzando l'indice verso di lui, "ripensaci."
Una caduta improvvisa di grandine fresca sul tetto di lamiera zincata mi fece tornare in azione e corsi verso la stalla attraverso una piccola bufera di neve. Se alcune di quelle dannate galline erano fuori, sarebbero state uccise: questi chicchi di grandine erano delle dimensioni dell'uva spina acerba e quasi altrettanto dure e pungenti mentre colpivano le mie mani non protette e il viso.
La porta del fienile era aperta per metà; intravidi la massa grigia del mulo Clarence nella penombra, e lui ragliava verso di me quando feci un passo all'interno, senza fiato per aver corso sotto la grandinata. Non era nella stalla; aveva evidentemente saltato il recinto ed era andato nel fienile quando aveva sentito il tempo cambiare. Stava mangiando boccate di fieno dal mucchio sul pavimento, nonostante il fatto che un altro rifugiato dalla tempesta stava usufruendo del fieno. La scrofa bianca era sdraiata maestosamente nel mucchio sparso, accompagnata da due figlie dalle macchie nere, ciascuna di circa metà della sua stazza.
Non ero mai stata così vicina alla scrofa bianca da un paio di anni, e mi fermai alla sua vista, così a portata di mano. Era immensa, la misurai come qualcosa tra i cinque ed i seicento chili al momento - e ben nota per il suo temperamento irascibile.
"Interessante incontrare te qui", dissi, premendomi contro il muro e cercando di non fare alcuna mossa che potesse venir considerata come una minaccia. Anche Clarence stava mantenendo una rispettosa distanza dal trio suino. Guardai avanti e indietro, se i polli erano qui, potevano benissimo restarci - ma nulla si muoveva lungo le pareti o tra il grano sulla terra battuta del pavimento. Forse i maiali li avevano mangiati.
Tornai fuori, lasciando con cura la porta socchiusa. Se un maiale di quella stazza aveva in mente di lasciare un posto, lo lasciava, e la presenza o l'assenza di una porta era irrilevante.
La grandine si era trasformata di nuovo in pioggia e stava scrosciando parecchio. E ora? Mi avvolsi lo scialle più strettamente intorno al corpo, pronta a fare una corsa verso la casa. Se gli altri polli non avevano trovato rifugio, ormai, era probabilmente troppo tardi.



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