martedì 11 marzo 2014

The Space Between

The Space Between è la novella che ha per protagonisti Michael, fratello del giovane Ian, Joan, sorella di Marsali, Madre Hildegarde e a sorpresa anche il Conte di St.Germain e che fino ad ora era contenuta nella raccolta 'Trial of Fire', ma dal 15 aprile sarà disponibile come singolo eBook (in lingua esclusivamente inglese)
Cliccate qui per pre-ordinare l'eBook ;)

Joan MacKimmie è sulla strada per Parigi per prendere i voti come monaca. Eppure la sua decisione non è tanto una questione di fede, ma di paura; Joan è perseguitata da misteriose voci che le parlano del futuro e da visioni che indicano chi sta per morire. Il convento le promette una tregua da queste visite indesiderate... o almeno così spera. Il suo accompagnatore è Michael Murray, un giovane vedovo che, anche se piange ancora la morte della moglie, si ritrova fortemente attratto dal suo incarico. Ma quando il viaggiatore del tempo, Conte di St. Germain viene a sapere della presenza di Joan a Parigi e del suo legame con Claire Fraser - La Dame Blanche - Murray verrà coinvolto in una battaglia la cui posta in gioco non è solo la vita, ma l'anima della ragazza scozzese che, senza nemmeno provarci, ha conquistato il suo cuore.

 Se siete curiosi e volete leggere un estratto, cliccate qui e leggete qui sotto per leggerne un altro 

Dove incontriamo il Conte

"Dimmi" chiese il Conte incuriosito, "perché mi avete parlato al mercato quel giorno?"
"Vorrei non averlo fatto," rispose brevemente Joan. Non si fidava per nulla di lui, tanto meno da quando le aveva offerto il brandy. E non le era venuto in mente che lui potesse essere davvero uno dell'Antico Popolo. Potevano camminare tra le gente sembrando persone normali. Sua madre ne era convinta da anni...così come alcuni dei Murray pensavano che la moglie di Papà, Claire fosse una di loro. Lei stessa non ne era sicura; Claire era stata gentile con lei, ma nessuno le aveva detto che il Popolo non potesse esserlo, se volevano.
La moglie di Papà. Un pensiero improvviso la paralizzò; il ricordo del suo primo incontro con Madre Hildegarde, quando aveva dato la lettera di Claire alla Madre Superiora. Le aveva detto: "Mia madre," incapace di pensare ad una parola che potesse significare "matrigna". Perché a qualcuno dovrebbe importare?
"Claire Fraser," disse ad alta voce guardando attentamente il Conte. "La conoscete?"
I suoi occhi si spalancarono, mostrando la parte bianca. Oh, sì, la conosceva, va bene!
"Si,la conosco" disse sporgendosi in avanti. "E' tua madre, vero?"
"No!" disse Joan, con grande vigore e lo ripetè in francese diverse volte per enfatizzarlo. "No, non lo è!"
Ma notò, con un tuffo al cuore, che tutta la sua forza se n'era andata. Lui non le credeva; lo vedeva guardandolo in faccia. Pensava che lei stesse mentendo per allontanarlo.



lunedì 10 marzo 2014

MOBY: Apparizione alla luce del giorno

Questo era diverso. Aveva il sentore di una malizia raffinata ed intelligente e sentii improvvisamente la presenza di Jack Randall alle mie spalle, così forte che mi bloccai bruscamente e mi guardai intorno.
La strada era affollata, ma non c'era nessuno dietro di me. Nessuna giubba rossa in vista da qualche parte, anche se vi erano qua e là degli ufficiali Continentali, in blu e marrone.

"Fanculo, Capitano," dissi sotto voce. Non abbastanza piano; ricevetti uno sguardo dagli occhi spalancati di una piccola donna rotonda che vendeva pretzels da un vassoio attaccato al collo. Si guardò alle spalle per vedere di chi stessi parlando, poi si voltò verso di me con uno sguardo preoccupato.
"State bene, signora?", disse con un pesante accento tedesco.
"Sì," dissi imbarazzata. "Sì, tutto a posto. Grazie".
"Prendete," disse gentilmente porgendomi un pretzel. "Penso che lei abbia fame." E agitando la mano al mio tentativo di pagarla, se ne andò giù per la strada, muovendo i fianchi larghi e agitando un bastone dove erano impilati i pretzels come nel gioco degli anelli e gridando, "Brezeln! Heißen Brezeln!"
Sentendo improvvisamente le vertigini, mi appoggiai contro la facciata di un edificio, chiusi gli occhi e morsicai il pretzel. Era gommoso, fresco e spolverato con il sale e scoprì che quella donna aveva ragione. Avevo fame. Affamata, in effetti.
Il pretzel prima colpì il mio stomaco e poi il mio sangue con un immediato senso di stabilità e benessere ed il panico momentaneo che avevo sentito, evaporò tanto velocemente da poter quasi credere che non fosse successo nulla. Quasi.


Frank&Claire

Avevamo scelto le Highlands, come meta di vacanze prima che Frank cominciasse il suo incarico di professore di storia a Oxford, per via del fatto che la Scozia era stata un po’ meno danneggiata dagli orrori della guerra rispetto al resto dell’Inghilterra, e meno soggetta alla frenetica euforia da dopoguerra che aveva contagiato luoghi di villeggiatura più alla moda.
E, pur senza averne parlato, credo che a entrambi sembrasse un posto simbolico per ricominciare il nostro matrimonio; appena sposati avevamo trascorso due giorni di luna di miele nelle Highlands, poco prima dello scoppio della guerra, sette anni addietro. Un rifugio tranquillo dove dedicarci alla riscoperta reciproca, pensavamo, senza renderci conto che, se il golf e la pesca sono gli sport più diffusi all’aria aperta, quello del pettegolezzo è lo sport più praticato nei luoghi chiusi. E quando piove così tanto come in Scozia la gente passa un sacco di tempo al chiuso.
"Dove te ne vai?" chiesi a Frank, mentre metteva bruscamente i piedi giù dal letto.
"Non vorrei che la cara vecchietta restasse delusa", rispose lui. Sedutosi sulla sponda del letto, si mise a rimbalzare dolcemente su e giù, producendo un cigolio penetrante e ritmico. L’aspirapolvere in corridoio si arrestò all’istante. Dopo un minuto o due di rimbalzi, Frank emise un lamento sonoroe teatrale e crollò all’indietro, con grande stridore di molle. Cercai di soffocare una risata nel cuscino, per non interrompere il silenzio che era calato all’improvviso dietro la porta. 

da La Straniera

sabato 8 marzo 2014

BUONA FESTA DELLA DONNA OUTLANDERS!

Jamie mi aveva raggiunto, e ora stava in piedi accanto alla finestra. Con lo sguardo che vagava assente sulla pioggia, disse: "C’era un altro motivo. Il principale".
"Motivo?" chiesi stupidamente.
"Per cui ti ho sposata."
"E sarebbe?" Non so cosa mi aspettassi che dicesse, forse qualche altra rivelazione sulle contorte faccende della sua famiglia. Quello che mi rivelò invece mi procurò un’emozione ben più forte, in un certo senso.
"Perché ti desideravo." Si girò dalla finestra per guardarmi in viso. "Più di quanto avessi mai desiderato nessun’altra cosa in vita mia", aggiunse sottovoce.
Continuai a fissarlo, ammutolita. Qualunque rivelazione mi fossi aspettata, non era questa. Vedendo la mia espressione stupita, continuò in tono leggero. "Una volta chiesi a mio padre come avrei fatto a capire quale sarebbe stata la donna giusta, e lui mi rispose che, arrivato il momento, non avrei avuto dubbi. E infatti non ne ho avuti. Quando mi svegliai al buio sotto quell’albero, sulla strada per Leoch, con te seduta sul mio petto, che mi insultavi perchè ero quasi morto dissanguato, dissi a me stesso: “Jamie Fraser, malgrado la faccia che ha in questo momento, e malgrado pesi quanto un buon cavallo da soma, questa è la donna giusta”
Gli feci lo sgambetto e gli atterrai con le ginocchia sullo stomaco, dopo averlo fatto crollare a terra con uno schianto che scosse la casa fin nelle fondamenta. "Vuoi dire che mi hai sposato per amore?" gli domandai. Lui inarcò le sopracciglia, respirando a fatica.
"Non ho forse… appena detto… questo?"
da La Straniera 

MOBY: Ian e William

Onestà di Marito

Rimasero per un po' in silenzio, e Ian sentì il suo cuore, stretto per il dolore al pensiero di sua madre, alleggerirsi con la compagnia comprensiva di Rachel. Non l'aveva detto, ma ciò che più lo rammaricava non era stata l'impossibilità di mostrare a sua madre le bellezze dell'America, ma il fatto di non poterle presentare la sua Rachel.
"Ti sarebbe piaciuta", disse. "Mia madre".

"Spero di si", disse Rachel, anche se con una punta di dubbio. "Le hai detto di me, in Scozia? Che sono un'Amica, voglio dire. Alcuni cattolici ci trovano scandalosi".
Ian cercò di ricordare se ne aveva fatto menzione alla madre, ma non ci riuscì. Non faceva differenza, comunque, e si strinse nelle spalle allontanando il pensiero.
"Le ho detto che ti amavo. Mi sembrava abbastanza. Ora che ci penso...mio papà mi ha fatto diverse domande su di te; voleva sapere tutto ciò che poteva. Sapeva che eri una quacchera, quindi significa che anche lei lo sapeva." Le prese il gomito per aiutarla a scendere dalla roccia.

Lei annuì, pensierosa, ma mentre lo seguiva fuori dalla radura, la sentì chiedergli alle spalle, "non pensi che una coppia sposata dovrebbe avere completa fiducia uno nell'altra - condividere non solo le loro storie, voglio dire, ma anche ogni pensiero?"
Quelle parole gli facero correre un brivido lungo la spina dorsale con la sensazione di un topo con le zampette fredde, e fece un respiro profondo. Amava Rachel con ogni fibra del suo essere, ma trovava la sua apparente capacità di leggergli dentro come un libro - se non addirittura di sentire i suoi pensieri e qualche volta era certo lo avesse fatto - sconvolgente.
Infatti aveva suggerito di camminare insieme fino a Marston’s Ford e incontrare lì Denzell con il carro, piuttosto che andare con lui da Valley Forge, così da poter avere il tempo e la discrezione sufficiente per dirle alcune cose importanti. Avrebbe preferito essere torturato da Abenakis piuttosto che dirle qualcuna di queste cose, ma era giusto che lei le sapesse, non importava quale sarebbe stato il risultato.

Memorie di Sangue

E cinque minuti dopo, afferrate le tozze corna del giovane maschio con una mano, con l'altra tagliò la gola del cervo, l'eco del suo sparo ancora riecheggiava nella scarpata rocciosa sopra di lui.
Era successo così in fretta che sembrava a malapena reale nonostante la sensazione di caldo e freddo del sangue che gli inzuppava le calze e il suo odore denso. C'era una zecca attaccata appena sotto il rotondo occhio vitreo del cervo come un acino d'uva. Si sarebbe staccata, si chiese? O era rimasto abbastanza sangue per poter continuare a nutristi ancora per qualche tempo?
Il cervo tremò violentemente, spingendo il palco forte contro il suo petto, richiudendo convulsamente le zampe come se stesse per fare un grande salto e poi morì.
Lo tenne per qualche istante, il velluto tagliuzzato ancora sui palchi come ruvida pelle scamosciata sotto il palmo sudato, il peso della groppa dell'animale improvvisamente pesanta sul suo ginocchio.
"Grazie," sussurrò e si lasciò andare. Ricordava che era stato Mac lo stalliere a dirgli di ringraziare sempre una creatura che ti aveva dato la sua vita...ed era stato James Fraser, alcuni anni più tardi, che aveva ucciso un enorme alce di fronte a lui e detto quella che disse essere una "preghiera della caccia" in gaelico prima di macellare la bestia. Ma con il sangue del cervo sulla sua pelle e la brezza che si muoveva nel bosco intorno a lui, per una volta non riuscì ad allontanare quei ricordi.


venerdì 7 marzo 2014

L'inizio degli inizi

Il 6 marzo del lontanto 1988...sembra una data come un'altra e invece tutto è iniziato lì.
Si, perchè proprio in quella data Diana Gabaldon ha cominciato la stesura del primo libro della saga de La Straniera e sul suo account ha postato una lettera a tutti i suoi fan proprio in occasione di questa data

Miei cari,
 

Il 6 marzo del 1988, ho iniziato a scrivere un romanzo. Non avevo intenzione di dire a nessuno ciò che stavo facendo, figuriamoci a provare a pubblicarlo. Volevo solo imparare a scrivere un romanzo, ed ero giunta alla conclusione - avendo scritto tutti i tipi di saggistica a quel punto - che l'unico modo per farlo era in realtà scrivere uno. (e la mia ipotesi non era sbagliata, tra l'altro)
Ora, come effetto collaterale (e piuttosto contorto) del mio lavoro, ero diventata un'esperta nel calcolo scientifico (è molto facile diventare un esperto quando ci sono solo 6 persone nel mondo che fanno ciò che fai, e quella era la mia situazione nei primi anni 80), e ancora più strano come effetto collaterale, ero diventata un membro di "Compuserve Books and Writers Community" (che allora si chiamava "Literary Forum"), alla fine del 1986.
Beh, quando ho deciso di imparare ad essere una scrittrice scrivendo un romanzo, ho anche deciso un paio di altre cose:

1) Di non dire a nessuno quello che stavo facendo. Oltre alla sensazione di una grande faccia tosta, non volevo che un sacco di gente mi desse la loro opinione su ciò che avrei dovuto fare prima di avere la possibilità di farle da me (come ho detto, aveva già scritto molte cose di saggistica in quel momento, e nessuno mi aveva detto come farlo). Inoltre non volevo un mucchio di ficcanaso (nella mia vita personale) che mi dessero le loro idee, che mi chiedessero quando avrei finito, e quando sarebbe stato pubblicato, e così via - dato che io stessa non avevo idea di come avrei potuto finire un libro.


2) Finire il libro. Non importava quanto pensassi fosse brutto, non volevo fermarmi e abbandonare i tentativi. Avevo bisogno di sapere quello che serviva, in termini di disciplina quotidiana, impegno mentale, etc per scrivere qualcosa di simile ad un romanzo. (Avevo scritto delle cose lunghe prima - una tesi di 400 pagine per il dottorato dal titolo "La scelta del luogo della nidificazione in Pinyon Jay, Gymnorhinus cyanocephalus," - o, come dice mio marito, "Perché gli uccelli costruiscono nidi dove li fanno, e chi se ne frega comunque?"- una monografia di 800 pagine su "Le abitudini alimentari degli uccelli della valle del fiume Colorado", etc) ma non avevo mai scritto di narrativa, se non brevi racconti noiosi per le lezioni di inglese.E
 

3) Avrei fatto in assoluto ciò che meglio potevo con la scrittura, ogni giorno. Anche se era un libro di prova che non avrei mai fatto vedere a nessuno, non importava. Se non avessi dato del mio meglio, come avrei mai potuto sapere se ne ero capace, e, soprattutto, come avrei potuto migliorare?

(A questo proposito, ho avuto alcune prove per andare avanti. Ho letto -enormemente- per tutta la mia vita e ho notato che nella maggior parte dei casi, anche se mi sono piaciuti tutti i libri di un autore, compreso il primo, i libri migliorano notevolmente quando lo scrittore continua a scrivere. Così, ho concluso, con una logica perfetta, che la scrittura era come la danza classica o il suonare il pianoforte: se si fa pratica, si migliora. Non mi sono sbagliata con questa conclusione).
Quindi, in ogni caso, il libro che ho scritto per prova era OUTLANDER-LA STRANIERA, ed eccoci qui, 26 anni e (quasi) 14 libri dopo. Volevo solo riconoscere il ruolo del Forum e dei miei amici lì dentro, in quel processo.
 

Come è successo dato che avevo deciso di non dire a nessuno quello che stavo facendo? Beh, ero ferma su questa decisione (non l'avevo nemmeno detto a mio marito), ma dopo circa sei mesi di scrittura, mi collegavo ad intermittenza a tarda notte, raccogliendo i messaggi e postando le risposte, e scoprì di essere stata coinvolta in una discussione con un signore (di nome Bill Garland, RIP) sul come ci si senta ad essere incinta. <cough>
"Oh, so come ci si sente," mi assicurò Bill. "Mia moglie ha avuto tre figli!" <pausa per permettere alle signore di rotolare sul pavimento per un attimo>
"Sì, giusto," dissi. "Io ho avuto tre figli, caro mio".
Così mi chiese di descrivere come ci si sentisse.

Piuttosto che cercare di stipare una descrizione simile in un messaggio limitato a trenta righe, dissi: "Ti dico una cosa, ho questo... pezzo... in cui un giovane donna racconta a suo fratello cosa vuol dire essere incinta. Lo metto tra i dati della libreria per te."
Così, con le mani tremanti e il cuore in gola, postai un piccolo pezzo (tre o quattro pagine, da quel che ricordo) del libro che stavo chiamando CROSS STITCH. E alla gente è piaciuto. Hanno commentato. Volevano vedere di più!
A parte alcuni momenti privati con mio marito e la nascita dei miei figli, questa è stata l'esperienza più estatica che avessi mai avuto. E così, ancora tremando ogni volta che postavo qualcosa, molto lentamente cominciai a mettere di più.

Ora, io non scrivo con un profilo e non scrivo in linea retta, così i miei pezzi non erano capitoli, non erano contigui, e generalmente non erano collegati tra loro. Ma avevano gli stessi personaggi - e alla gente sono piaciuti.
Ci sono state (e ci sono) un sacco di persone molto gentili ed incoraggianti che hanno frequentato il Forum - alcuni di loro ci sono ancora: Alex, Janet, Margaret, Marte... e molti che non ci sono, come Karen Pershing e John Kruszka (RIP), Mac Beckett, Michael Lee West - e Jerry O'Neill, che considero il mio primo fan e capo cheerleader, sempre lì a leggere ciò che postavo e dire le cose più meravigliose, una delle persone più gentili che io abbia mai conosciuto.
Così, nel corso dell'anno successivo o giù di lì, queste persone mi hanno spronata. <g> A fare domande, fare commenti *, incitandomi -eventualmente- a provare a pubblicare questa cosa (che era iniziata come un semplice romanzo storico, ma poi Le Cose Sono Accadute, il tema del viaggio nel tempo e il mostro di Loch Ness non avevo idea di cosa fossero).

* Giusto per chiarire, questi non erano critiche, solo commenti interessati. Non ho mai avuto un gruppo di critici, né ne avrò. Non ho nulla contro di loro, semplicemente non funziona in questo modo. Al di là di tutto, non avrei mai portato qualcosa agli occhi del pubblico, se non credevo che fosse pronto per essere letto).

Alcune di queste persone erano loro stessi autori pubblicati e molto gentilmente hanno condiviso le proprie storie e consulenze su ciò che riguardava gli agenti letterari e il processo di pubblicazione (grazie, Mike Resnick, e Judy McNaught!). E John Stith che molto gentilmente mi ha presentata al suo agente, che mi ha accettata senza avere finito il romanzo. E... ho finito, un applauso per il Forum. Un paio di settimane più tardi, il mio agente era riuscito a venderlo come parte di un contratto per tre libri, a Delacorte e bing!, Sono diventata una scrittrice.
Non dico che non avrei mai scritto un libro senza di voi...ma signori, voi ragazzi mi avete aiutata. 
Grazie!

- Diana

mercoledì 5 marzo 2014

MOBY: lettere e risvegli

Tamburi lontani

Marsali rimase a guardare fino a che Joanie non uscì dalla porta sul retro, poi si voltò verso di me e mi consegnò la lettera.
Veniva da un certo signor Johansen, apparentemente uno dei corrispondenti abituali di Fergus, e il contenuto era come Marsali mi aveva anticipato, anche se con l'aggiunta di alcuni dettagli raccapriccianti che non aveva menzionato in presenza di Joanie. Era abbastanza attinente ai fatti, con solo pochi ornamenti settecenteschi, e faceva rizzare i capelli - letteralmente, pensai - leggendo di alcuni residenti di Andrustown a cui era stato fatto lo scalpo.

Marsali annuì, mentre guardavo la lettera.
"Aye," disse. "Fergus vuole pubblicarlo, ma non sono così sicura che dovrebbe. Per via del giovane Ian, sai?"
"Come per il giovane Ian?" Disse una voce scozzese dalla porta della tipografia, e Jenny apparve con un cestino al braccio. I suoi occhi andarono alla lettera che avevo in mano e le sue taglienti sopracciglia scure si sollevarono.
"Ti ha detto qualcosa di lei?" chiese Marsali, dopo aver raccontato della lettera. "Della ragazza indiana che aveva sposato?"
Jenny scosse la testa, e cominciò a prendere le cose dal suo cesto.
"Neanche una parola, salvo che Jamie gli disse di non dimenticarsi di noi." Un'ombra le attraversò il volto al ricordo e mi chiesi per un momento, come doveva essere stato per lei e Ian ricevere il racconto di Jamie su come Ian era diventato un Mohawk. Sapevo dell'agonia con cui aveva scritto quella lettera e dubitavo che la lettura della stessa fosse stata da meno.

Posò una mela e fece un cenno a Marsali in direzione della lettera. Dopo averla letta in silenzio, mi guardò. "Credi che lui provi ancora dei sentimenti per lei?"

Una persona non mattiniera

John Grey si stava godendo un sogno confuso, ma piacevole che aveva a che fare con la pioggia primaverile, il suo bassotto Roscoe, il colonnello Watson Smith e una grande quantità di fango, quando divenne gradualmente consapevole che le gocce di pioggia sul suo viso erano reali.
Aprì gli occhi sbattendo le palpebre, per scoprire che sua nipote, Dottie, stava tenendo la sua brocca in una mano e gli stava spruzzando acqua sulla faccia con le dita.

"Buongiorno zio John" disse allegramente. "Alzatevi e risplendete!"
"L'ultima persona abbastanza avventata da dirmi una cosa simile di mattina ha fatto una fine alquanto sgradevole," disse lottando per mettersi in posizione verticale e strofinandosi sul viso la manica della camicia da notte.
"Davvero? Cosa le è successo? O era un lui?" Lei gli sorrise e posò la brocca, asciugandosi le dita bagnate sulla gonna.
"Che domanda inopportuna", disse, guardandola.
"Beh, presto sarò una donna sposata, sapete," disse, sedendosi con aria di estremo contegno. "Mi è permesso sapere che uomini e donne, occasionalmente dividono un letto, anche al di fuori del vincolo del matrimonio."
"Al di fuori? Dove hai saputo di questa usanza barbara? Hai parlato con degli scozzesi?"
"Costantemente," disse. "Ma cosa è successo alla sfortunata persona che ha cercato di svegliarvi dai vostri sogni?"
"Oh, lui". Si passò una mano sulla testa. "Gli è stato fatto lo scalpo dai pellerossa."
Lei sbatté le palpebre.
"Beh, gli servirà da lezione, questo è certo" mormorò.