John Grey si tirò su a sedere bruscamente, sentendo grattare la chiave nella serratura. La porta si aprì di scatto e il grande marinaio polacco entrò di traverso reggendo un vassoio.
«Nessuno vi ha mai detto che dovreste bussare prima di entrare nella stanza di qualcuno?» chiese John. «E se fossi stato impegnato in qualcosa che richiedeva riservatezza?»
Non si aspettava una risposta, il che era un bene, visto che non ne ricevette nessuna. Aveva convinto il polacco a farsi dire almeno il nome di battesimo, a forza di incrociare il suo sguardo ogni volta che questi compariva, toccandosi il petto e dicendo "John" in modo molto distinto.
Ci era voluta più di una Settimana, ma un giorno, il polacco aveva messo giù il vassoio, si era toccato delicatamente il petto, e aveva detto in tono burbero, “Mikolaj”. Poi era corso fuori, senza guardare John, lasciandolo con una fugace sensazione di euforia.
Questo non aveva portato a nessun ulteriore scambio di confidenze, comunque, e Mikolaj era tornato alla sua originale faccia di pietra quando portava il vassoio, rimuoveva il vaso da notte e scortava John nelle occasionali passeggiate sul ponte, con il polacco che reggeva la palla di ferro attaccata alla catena alla caviglia di John. Mentre apprezzava la cortesia – se di questo si trattava – questo lo rendeva alquanto nervoso, dato che si era reso conto che qualora Mikolaj, - vuoi per ordine di Richardson, o per semplice irritazione – avesse deciso di lanciare la pesante palla oltre il bordo della nave, lo stesso Grey l’avrebbe inevitabilmente seguita in fondo al mare.
Per il momento, comunque, la loro interazione era limitata alla sistemazione del vassoio sul piccolo tavolo di Grey, e al suo consueto ringraziamento al marinaio. Mentre apriva la bocca per pronunciare queste parole, però, gli venne un’idea e afferrando la manica per impedirgli di andarsene immediatamente, indicò sé stesso dicendo “John”, e subito il polacco, dicendo “Mikolaj”. Poi sé stesso, “Grazie” e ancora una volta indicò Mikolaj, le sopracciglia inarcate in segno di domanda.
La faccia del polacco divenne inespressiva per un momento – o meglio leggermente più inespressiva del solito. Poi le sue labbra si strinsero in modo pensieroso, ma dopo un attimo annuì e disse qualcosa che suonava come “Jenkooyeh”.
Jankooyeh,”disse John e fece un inchino. Il polacco gli fece un breve cenno della testa, si girò e se ne andò.
Be’, suppose di poter imparare a parlare polacco una parola alla volta. Non aveva nient’altro da fare, dannazione…
Diede un’occhiata alla piccola pila di pagine scritte a mano, disposte a croce per separare i documenti:
Una lettera indirizzata a William. Be’, un’altra lettera indirizzata a William. Questa era, la cinquantesima? Sessantesima?
Due fogli di frammenti di poesie, o meglio, di versi burleschi, e si chiedeva perché mai dovessero essere chiamati così. Amava i cani, ma non aveva mai scorto in loro alcun senso dell'umorismo, tantomeno un talento per la rima*.
Una bozza – un’altra – del suo testamento. Nella disposizione delle sue proprietà era leggermente ostacolato dal fatto di non sapere esattamente in cosa consistessero. Possedeva una piccola proprietà a Philadelphia; aveva comprato la casa di Chestnut Street definitivamente – ma visti gli imprevisti della guerra e del governo, non aveva idea se ne fosse ancora il proprietario o se fosse stata requisita dalla Corona come alloggio per i soldati o confiscata dal Congresso Continentale in quanto proprietà di un forestiero nemico.
La sua casa a Savannah probabilmente era ancora in mani britanniche, ma era solo in affitto.
Pensava di avere alcune quote di una miniera di rame in Cornovaglia, ma non aveva idea di dove fosse o in cosa consistesse la sua quota.
Perché non so assolutamente niente dei miei affari? Pensò con rabbia.
Non lo sai perché non ti interessa.
«Be’, non delle case,» disse ad alta voce. «E neanche delle dannate miniere di stagno.» Spinse via il foglio e si appoggiò allo schienale della sedia. Su sua richiesta, Miklolaj aveva fatto aprire l’oblò per luce e aria, e una brezza marina fresca gli scompigliava i capelli e faceva svolazzare i fogli sul tavolo.
Di cosa ti importa?
«Di William,» disse, toccando la piccola catasta di carte. «Di mia madre. Di Hal. Di Minnie e dei ragazzi.»
Il pensiero dei figli di Hal evocò pensieri su Benjamin, e sentì un crampo nelle viscere. Non c’era nulla che potesse fare al riguardo, comunque, e costrinse i suoi pensieri a prendere una direzione diversa.
Di quel dannato scozzese, pensò, e sorrise nonostante tutto. E di Claire, aggiunse per correttezza.
«Oh, e di Brianna, naturalmente.» Il pensiero di quella formidabile giovane donna lo fece sorridere di nuovo, e prese la penna d’oca e un foglio di carta nuovo.
«Mia cara,» scrisse, «non immaginerete mai dove mi trovo — ve lo direi, ma non ne ho idea, essendo l’Oceano Atlantico un Luogo piuttosto vasto. Trovandomi con Tempo a disposizione, penso che divertirò me stesso — e, forse, voi — con il Racconto delle mie recenti Tribolazioni…».
Il suo tentativo di farlo, tuttavia, incontrò delle difficoltà. Essere colpito alla testa e arruolato con la forza aveva il vantaggio dell’azione, ma lo stato di essere rapito, considerato soltanto per il suo effetto drammatico, era piuttosto… be’, non esattamente noioso, ma lontano dall’essere divertente.
Era inoltre limitato dalla consapevolezza che Richardson avrebbe potuto leggere qualunque sua carta in qualunque momento avesse deciso, e quindi forse sarebbe stato meno che prudente dire a Brianna Fraser MacKenzie quali fossero i motivi dichiarati di Richardson, per non parlare della sua opinione personale sull’uomo.
«Folle, e non si lava abbastanza spesso.» Questo lo fece sorridere, anche se la descrizione — se l’avesse scritta — sarebbe continuata con «Maledettamente pericoloso, però.»
Sospirando, mise da parte quella lettera per il momento e tornò a quella per William.
«Mio carissimo figlio…» Al diavolo Jamie Fraser, sei mio figlio tanto quanto — se non più — suo… «Con un po’ di fortuna, non riceverai mai questa…» Idiota. Se non la riceve mai, perché dovrei scusarmi per averla mandata? Ma non è questo il punto — se la riceve, dovrebbe comunicare un senso di scuse, non è vero?
Oh, al diavolo…
«Nessuno vi ha mai detto che dovreste bussare prima di entrare nella stanza di qualcuno?» chiese John. «E se fossi stato impegnato in qualcosa che richiedeva riservatezza?»
Non si aspettava una risposta, il che era un bene, visto che non ne ricevette nessuna. Aveva convinto il polacco a farsi dire almeno il nome di battesimo, a forza di incrociare il suo sguardo ogni volta che questi compariva, toccandosi il petto e dicendo "John" in modo molto distinto.
Ci era voluta più di una Settimana, ma un giorno, il polacco aveva messo giù il vassoio, si era toccato delicatamente il petto, e aveva detto in tono burbero, “Mikolaj”. Poi era corso fuori, senza guardare John, lasciandolo con una fugace sensazione di euforia.
Questo non aveva portato a nessun ulteriore scambio di confidenze, comunque, e Mikolaj era tornato alla sua originale faccia di pietra quando portava il vassoio, rimuoveva il vaso da notte e scortava John nelle occasionali passeggiate sul ponte, con il polacco che reggeva la palla di ferro attaccata alla catena alla caviglia di John. Mentre apprezzava la cortesia – se di questo si trattava – questo lo rendeva alquanto nervoso, dato che si era reso conto che qualora Mikolaj, - vuoi per ordine di Richardson, o per semplice irritazione – avesse deciso di lanciare la pesante palla oltre il bordo della nave, lo stesso Grey l’avrebbe inevitabilmente seguita in fondo al mare.
Per il momento, comunque, la loro interazione era limitata alla sistemazione del vassoio sul piccolo tavolo di Grey, e al suo consueto ringraziamento al marinaio. Mentre apriva la bocca per pronunciare queste parole, però, gli venne un’idea e afferrando la manica per impedirgli di andarsene immediatamente, indicò sé stesso dicendo “John”, e subito il polacco, dicendo “Mikolaj”. Poi sé stesso, “Grazie” e ancora una volta indicò Mikolaj, le sopracciglia inarcate in segno di domanda.
La faccia del polacco divenne inespressiva per un momento – o meglio leggermente più inespressiva del solito. Poi le sue labbra si strinsero in modo pensieroso, ma dopo un attimo annuì e disse qualcosa che suonava come “Jenkooyeh”.
Jankooyeh,”disse John e fece un inchino. Il polacco gli fece un breve cenno della testa, si girò e se ne andò.
Be’, suppose di poter imparare a parlare polacco una parola alla volta. Non aveva nient’altro da fare, dannazione…
Diede un’occhiata alla piccola pila di pagine scritte a mano, disposte a croce per separare i documenti:
Una lettera indirizzata a William. Be’, un’altra lettera indirizzata a William. Questa era, la cinquantesima? Sessantesima?
Due fogli di frammenti di poesie, o meglio, di versi burleschi, e si chiedeva perché mai dovessero essere chiamati così. Amava i cani, ma non aveva mai scorto in loro alcun senso dell'umorismo, tantomeno un talento per la rima*.
Una bozza – un’altra – del suo testamento. Nella disposizione delle sue proprietà era leggermente ostacolato dal fatto di non sapere esattamente in cosa consistessero. Possedeva una piccola proprietà a Philadelphia; aveva comprato la casa di Chestnut Street definitivamente – ma visti gli imprevisti della guerra e del governo, non aveva idea se ne fosse ancora il proprietario o se fosse stata requisita dalla Corona come alloggio per i soldati o confiscata dal Congresso Continentale in quanto proprietà di un forestiero nemico.
La sua casa a Savannah probabilmente era ancora in mani britanniche, ma era solo in affitto.
Pensava di avere alcune quote di una miniera di rame in Cornovaglia, ma non aveva idea di dove fosse o in cosa consistesse la sua quota.
Perché non so assolutamente niente dei miei affari? Pensò con rabbia.
Non lo sai perché non ti interessa.
«Be’, non delle case,» disse ad alta voce. «E neanche delle dannate miniere di stagno.» Spinse via il foglio e si appoggiò allo schienale della sedia. Su sua richiesta, Miklolaj aveva fatto aprire l’oblò per luce e aria, e una brezza marina fresca gli scompigliava i capelli e faceva svolazzare i fogli sul tavolo.
Di cosa ti importa?
«Di William,» disse, toccando la piccola catasta di carte. «Di mia madre. Di Hal. Di Minnie e dei ragazzi.»
Il pensiero dei figli di Hal evocò pensieri su Benjamin, e sentì un crampo nelle viscere. Non c’era nulla che potesse fare al riguardo, comunque, e costrinse i suoi pensieri a prendere una direzione diversa.
Di quel dannato scozzese, pensò, e sorrise nonostante tutto. E di Claire, aggiunse per correttezza.
«Oh, e di Brianna, naturalmente.» Il pensiero di quella formidabile giovane donna lo fece sorridere di nuovo, e prese la penna d’oca e un foglio di carta nuovo.
«Mia cara,» scrisse, «non immaginerete mai dove mi trovo — ve lo direi, ma non ne ho idea, essendo l’Oceano Atlantico un Luogo piuttosto vasto. Trovandomi con Tempo a disposizione, penso che divertirò me stesso — e, forse, voi — con il Racconto delle mie recenti Tribolazioni…».
Il suo tentativo di farlo, tuttavia, incontrò delle difficoltà. Essere colpito alla testa e arruolato con la forza aveva il vantaggio dell’azione, ma lo stato di essere rapito, considerato soltanto per il suo effetto drammatico, era piuttosto… be’, non esattamente noioso, ma lontano dall’essere divertente.
Era inoltre limitato dalla consapevolezza che Richardson avrebbe potuto leggere qualunque sua carta in qualunque momento avesse deciso, e quindi forse sarebbe stato meno che prudente dire a Brianna Fraser MacKenzie quali fossero i motivi dichiarati di Richardson, per non parlare della sua opinione personale sull’uomo.
«Folle, e non si lava abbastanza spesso.» Questo lo fece sorridere, anche se la descrizione — se l’avesse scritta — sarebbe continuata con «Maledettamente pericoloso, però.»
Sospirando, mise da parte quella lettera per il momento e tornò a quella per William.
«Mio carissimo figlio…» Al diavolo Jamie Fraser, sei mio figlio tanto quanto — se non più — suo… «Con un po’ di fortuna, non riceverai mai questa…» Idiota. Se non la riceve mai, perché dovrei scusarmi per averla mandata? Ma non è questo il punto — se la riceve, dovrebbe comunicare un senso di scuse, non è vero?
Oh, al diavolo…
*Nota: Nel testo originale per indicare la poesia burlesca viene utilizzata la parola "doggerel",che deriva probabilmente dalla parola dog. Alcuni erimologi suggeriscono che l'associzione avesse una connotazione dispregiativa, nel senso che indica un tipo di poesia triviale, rozza "buona solo per i cani".
Ritratto: Baby's Birthday, di Frederick Daniel Hardy, 1867


















