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sabato 10 agosto 2024

OUTLANDER Olympics

Mentre sono in corso le Olimpiadi di Parigi questo fine settimana, ho pensato che sarebbe divertente dare un’occhiata ad alcune scene nei libri di Diana Gabaldon che mostrano abilità atletiche di vario tipo. Questo è un aggiornamento di una raccolta che ho postato la prima volta nel 2016. Non tutti questi esempi hanno un equivalente nei moderni giochi olimpici, ma molti sì. Spero che vi piaccia!

***Avviso di spoiler***

Se non avete letto tutti i libri di Outlander, di seguito troverete degli spoiler! Leggete a vostro rischio.

Volteggio
Jamie strinse le spalle, poi si guardò attorno. Vidi i suoi occhi posarsi per un attimo su un tavolino a tre zampe accanto al muro, su cui era appoggiato un vaso di crisantemi. Alzò lo sguardo, misurando la distanza, chiuse brevemente gli occhi come se stesse raccomandando l’anima a Dio, quindi fece la sua mossa, deciso.
Saltò sul tavolino, afferrò la ringhiera della scala e vi volteggiò sopra, atterrando sui gradini a pochi passi più avanti del Generale. Fu un’impresa talmente acrobatica che una o due signore trattennero bruscamente il fiato, inframmezzato con gridolini di ammirazione le loro esclamazioni di orrore.

(Da L’AMULETO D’AMBRA di Diana Gabaldon, Capitolo 18, “Stupro a Parigi”. Copyright © 1992 di Diana Gabaldon. Tutti iI diritti riservati)

Passare sotto le forche Caudine
[Roger] Lo attendeva una sorta di forche caudine: una doppia fila di selvaggi urlanti, tutti armati di mazze e bastoni. Qualcuno dietro di lui gli conficcò nella natica la punta di un coltello, e sentì un caldo rivoletto di sangue colargli lungo la gamba. «Cours!» gli ordinarono. Corri.
Il suolo era scalpicciato, la neve pressata in un sudicio ghiaccio. Gli bruciò i piedi, quando uno spintone alla schiena lo scaraventò barcollante in mezzo al pandemonio.
Rimase in piedi per quasi tutto il tragitto, sbandando di qua e di là mentre le mazze lo percuotevano davanti e di dietro e i bastoni lo colpivano alle gambe e alla schiena. Non c’era modo di schivare i colpi; tutto quel che poteva fare era continuare ad avanzare, il più in fretta possibile.
Verso la fine una mazza gli roteò vicinissima e si abbatté con forza contro il suo ventre; lui si piegò in due e subito gli arrivò un’altra mazzata dietro l’orecchio. Rotolò disossato sulla neve, senza quasi sentire il freddo sulla pelle squarciata.
Una frusta gli bruciò le cosce, seguita da una dura scudisciata giusto sotto le palle. Raddrizzò di riflesso le gambe, rotolò di nuovo giù e si ritrovò a strisciare chissà come a quattro zampe, il sangue dal naso e dalla bocca che si mescolava al fango ghiacciato.
Raggiunta la fine, con gli ultimi colpi che ancora gli urticavano la schiena, afferrò il paletto di una casa comune e si rialzò lentamente in piedi. Si girò verso di loro, aggrappato al palo per non cadere. Alla folla piacque: scoppiarono a ridere, con tanti uggiolii acuti come un branco di cani. Si chinò a fondo e si raddrizzò, la testa che gli girava vorticosamente. Risero ancora più forte. Aveva sempre saputo soddisfare il pubblico.

(Da PASSIONE OLTRE IL TEMPO di Diana Gabaldon, capitolo 25 “Cattività I”. Copyright © 1997 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati)

Scherma
Battuta, battuta, finta, un mezzo salto indietro, mentre la punta dello stocco di Hal passava accanto al suo viso, un altro salto... Hal era troppo in avanti... ma no, si riprese subito e balzò indietro in una frazione di secondo, mentre lui sollevava la lama. Una stoccata in terza, un’altra terza senza affondare, e il suo piede fece sollevare la polvere dalle tavole del pavimento.
Hal aveva intuito le sue intenzioni: sentiva i suoi pensieri quasi fossero nella sua testa, avvertì il fastidio misto a sgomento che lasciava il posto alla collera... poi, di colpo Hal si trattenne – sentendosi costretto a farlo – e passò a colpi più freddi e cauti.
Dal canto suo, Grey non sentì alcun bisogno di trattenersi. Era felice e spensierato, inebriato dalla brama di combattere. Il suo corpo era una corda ben oliata, elastica e scivolosa, che lo spingeva a correre un rischio dopo l’altro, certo che sarebbe riuscito comunque a schivare la punta del fratello. Poi scorse un’apertura, sferrò una stoccata di piatto con un urlo, e la punta con il bottone toccò la coscia di Hal, scivolando lungo il tessuto dei suoi calzoni.
«Gesù!» esclamò Hal, menando un fendente verso la sua testa.
Grey si chinò, ridendo, e poi tornò su come un pupazzo a molla, afferrando la punta dello stocco che si piegò ad arco tra le sue mani. Quando lo lasciò andare, la lama colpì quella di Hal, che gli saltò nel pugno, con un forte suono metallico.

(Da LORD JOHN E I FANTASMI DEL PASSATO di Diana Gabaldon, capitolo 10, “Salle des Armes”. Copyright © 2007 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Nuoto
Dalla base della torre di Ellen alla terza isola c’erano ancora varie centinaia di metri di acque verdi e tempestose. Mentre si spogliava si era fatto il segno della croce e, raccomandata la propria anima a sua madre, si era tuffato nudo in mezzo ai flutti.
Uscì con cautela dalla scogliera, dibattendosi tra le onde che si frangevano sopra la sua testa. Nessun luogo in Scozia è poi così lontano dal mare, ma l’esperienza di nuoto di Jamie, cresciuto nell’entroterra, era limitata alle placide profondità dei loch e dei laghetti formati dai fiumi di trote.
Accecato dal salmastro e assordato dal ruggito della risacca, aveva combattuto contro le onde per quelle che gli erano sembrate ore, finché alla fine dopo essere riuscito a sollevare la testa e le spalle dall’acqua, boccheggiante, non aveva visto profilarsi il promontorio – non dietro di sé, come aveva pensato– bensì alla sua destra.
«La marea si abbassava, e io mi prosciugavo insieme a lei», spiegò con amara ironia. «Cosicché pensai: be’, basta, è finita, perché sapevo che non sarei riuscito a tornare indietro. Non mangiavo niente da due giorni e non mi rimanevano molte forze».
Smise di nuotare allora, limitandosi a sdraiarsi sulla schiena per abbandonarsi all’abbraccio del mare. In preda alle vertigini per la fame e lo sforzo, aveva chiuso gli occhi e cercato di rammentare le parole di quella vecchia preghiera celtica contro l’annegamento.

(Da IL CERCHIO DI PIETRE, di Diana Gabaldon, capitolo 33, “Tesoro sepolto”. ". Copyright © 1994 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati)

Tiro
Senza la minima esitazione, Brianna imbracciò il fucile e parve sparare nella stessa direzione. Il ramo direttamente sotto lo scoiattolo esplose in una pioggia di schegge di legno e lo scoiattolo venne sbalzato per aria e poi catapultato a terra, dopo essere rimbalzato sui rami elastici dei sempreverdi.
Roger si precipitò ai piedi dell’albero, ma non c’era nessuna fretta: lo scoiattolo giaceva morto, inerte come uno straccio peloso.
«Bel colpo», si congratulò, sollevando il cadavere perché Brianna lo vedesse. «Ma non c’è neanche un segno su di lui: devi averlo spaventato a morte».
Brianna lo guardò dritto negli occhi da sotto le sopracciglia.
«Se avessi voluto colpirlo, Roger, lo avrei colpito», rispose con un leggero tono di rimprovero. «E se lo avessi colpito, ora terresti in mano una poltiglia di scoiattolo. Non bisogna mirare addosso a un animale così piccolo, meglio puntare giusto al di sotto per abbatterli.»

(Da LA CROCE DI FUOCO di Diana Gabaldon, capitolo 20, “Lezioni di tirassegno”. Copyright © 2001 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Sollevamento pesi
I pali dello staccato stavano impilati accanto alla colonna di pietra. Roger rovistò qua e là finché non trovò un pezzo scheggiato abbastanza corto da fare al caso suo, e lo usò come leva per sollevare un grosso pezzo di granito quel tanto che bastava per infilarci sotto le mani. Si acquattò e se lo issò sulle cosce, per poi alzarsi lentissimamente in piedi, raddrizzando la schiena una vertebra alla volta, le dita conficcate nella superficie cosparsa di licheni nello sforzo di sollevarlo. Lo straccio che portava legato attorno alla testa era zuppo di sudore, che ora gli stava colando lungo il viso. Scosse la testa per scrollarsi dagli occhi le gocce pungenti.
«Papà, Papà!»
Roger sentì un improvviso strattone ai calzoni, sbatté le ciglia per liberarle dal sudore e divaricò le gambe per mantenersi in equilibrio senza lasciar cadere a terra la pesante roccia.

(Da VESSILLI DI GUERRA di Diana Gabaldon, capitolo 53 “Tulach Ard”. Copyright © 2001 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati)

Tiro con l’arco
«Sì, ricordo che mio padre ne parlava», disse Jamie. «Degli arcieri di Glenshiels. Molti erano Grant… e c’era anche qualche Campbell.» Si chinò in avanti, i gomiti sulle ginocchia. Sembrava interessato alla storia, e al tempo stesso si mostrava cauto.
«Aye, eravamo noi.» Arch tirava boccate senza sosta, e il fumo si innalzava a circondargli il capo. «Era notte, ed eravamo nascosti tra le rocce sopra il fiume, a Glenshiels, sotto le felci e i sorbi selvatici. Potevi stare a due spanne da noi e non vederci, tanto l’oscurità era fitta.»
[....]
«All’alba però», continuò allegro, «al segnale prestabilito ci alzammo in piedi e scoccammo le frecce. E devo dire che fu un bello spettacolo: una gragnuola di dardi che, dalle colline, si abbatteva su quei poveri bastardi accampati in riva al fiume.»

(Da NEVI INFUOCATE di Diana Gabaldon, capitolo 23, “Anestesia”. Copyright © 2005 by Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Equitazione
Quindi calciò con urgenza le costole dello stallone perché superasse il resto dei viaggiatori a una velocità sufficiente da impedirgli di morsicare, scalciare, calpestare bambini vaganti o causare altri danni: dopo una settimana di viaggio conosceva fin troppo bene le sue inclinazioni. Oltrepassò al piccolo trotto Brianna e Marsali, a metà fila; quando finalmente raggiunse Claire e Roger che cavalcavano in testa, si stava muovendo troppo in fretta per poter fare di più che salutarli con uno svolazzo del cappello.
«A mhic an dhiobhail», imprecò, rificcandosi il cappello sul capo mentre si abbassava contro il collo del cavallo. «Sei decisamente troppo vivace per i miei gusti. Adesso vediamo come te la cavi fuori pista, eh?»
Con uno strattone verso sinistra, abbandonò il sentiero e via che partì giù per la discesa, calpestando erba secca e scansando rami di sanguinella che si spezzavano rumorosi come colpi di fucile. Quel che ci voleva per un figlio di buona donna come quello era un bel terreno pianeggiante su cui farlo sfogare al galoppo per poi riportarlo indietro spompato. Non essendoci un tratto di pianura nel raggio di trenta chilometri, bisognava adattarsi.
Raccolse le redini, schioccò la lingua e conficcò entrambi i calcagni nelle costole del cavallo, dopodiché schizzarono su per il pendio cespuglioso come se fossero stati sparati da un cannone.

 (Da LA CROCE DI FUOCO di Diana Gabaldon, capitolo 18, “Casa dolce casa”. Copyright © 2001 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Arrampicata - Libro inedito in Italia – Traduzione non ufficiale
Le ore successive trascorsero nella confusione dell'impresa più ardua che Grey avesse mai visto da quando aveva attraversato le Highlands scozzesi con il reggimento di suo fratello, portando i cannoni al generale Cope. No, in realtà, pensò, mentre se ne stava nell'oscurità, una gamba incastrata tra un albero e la parete rocciosa, dieci metri di spazio invisibile sotto di lui e una corda che gli bruciava tra i palmi delle mani con un peso morto invisibile di duecento libbre o giù di lì, era peggio.
Gli Highlander avevano sorpreso la guardia, avevano sparato al tallone al loro capitano in fuga e li avevano fatti tutti prigionieri. Questa è stata la parte facile. La cosa successiva fu che il resto della squadra di sbarco salisse in cima alla scogliera, ora che il sentiero, se esisteva una cosa del genere, era stato sgomberato. Lì avrebbero fatto i preparativi per raccogliere non solo il resto delle truppe che ora scendevano il fiume a bordo dei trasporti, ma anche diciassette cannoni da battuta, dodici obici, tre mortai e tutti gli ingombri necessari in termini di proiettili, polvere, assi e legni necessari per rendere efficace questa artiglieria. Almeno, rifletté Grey, quando ebbero finito, il sentiero verticale su per la scogliera sarebbe stato probabilmente calpestato come un semplice sentiero per mucche.

(Da “The Custom of the Army”, in SEVEN STONES TO STAND OR FALL di Diana Gabaldon. Copyright © 2010 by Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati) 

Danza delle spade delle Highlands
Aprì gli occhi e rizzò di scatto la testa. Un thunk! improvviso sul tamburo e la danza cominciò con un grido della folla. I suoi piedi colpirono la terra pressata, verso nord e verso sud, a est e a ovest, dardeggiando rapidi tra le spade.
Atterravano senza suono, sicuri al suolo, e la sua ombra danzava sul muro dietro di lui, alta e con le lunghe braccia sollevate. Teneva ancora il viso rivolto verso di me ma non mi vedeva più, ne ero sicura.
I muscoli delle sue gambe erano forti come quelli di un cervo intento a spiccare un balzo, sotto l’orlo del kilt, e lui danzava con tutta l’abilità del guerriero che era stato e che era ancora. Però pensai che adesso ballava solo in nome del ricordo, affinché coloro che lo guardavano non dimenticassero, con le gocce di sudore che gli volavano via dalla fronte e un’espressione di indicibile lontananza negli occhi.

(Da LA CROCE DI FUOCO di Diana Gabaldon, capitolo 35, “Hogmanay”. Copyright © 2001 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Wrestling
Sulle prime, accecata dal terriccio, non riuscivo a scorgere Jamie, ma poi lo individuai: era sotto l’orso, con il braccio avvinghiato attorno al suo collo, la testa infilata nell’articolazione della spalla appena sotto le fauci grondanti di saliva.
[....] Il suo avambraccio era irrigidito per lo sforzo, mezzo sepolto nel fitto pelo. Il braccio libero pugnalava stoccate a ripetizione: era riuscito a tenere in mano il coltello, almeno. Allo stesso tempo attanagliava il collo dell’orso con tutte le sue forze, tirandoglielo giù.
L’orso sobbalzava sbattendo la zampa, nel tentativo di scrollarsi dal collo quella morsa. Parve perdere l’equilibrio e ricadde pesantemente in avanti, con un forte ululato di rabbia. Udii un uuff! soffocato che non sembrò provenire dall’orso, e mi guardai freneticamente intorno in cerca di qualcosa da usare come arma.
L’orso riuscì a tirarsi di nuovo faticosamente in piedi, scrollandosi con violenza.
Intravidi per un attimo di viso di Jamie, contorto dallo sforzo. Un occhio fuori dall’orbita si spalancò ancora di più alla mia vista; liberò di scatto la bocca dal pelo ispido.
«Scappa!» gridò. Poi l’orso gli ricadde addosso, e lui scomparve sotto centocinquanta chili di peli e muscoli.

 (Da TAMBURI D’AUTUNNO di Diana Gabaldon, capitolo 15 “Nobili selvaggi”. Copyright © 1997 di Diana Gabaldon. Tutti i diritti riservati.)

Che i giochi abbiano inizio!
(X)

sabato 21 ottobre 2017

Bees: Finalmente a casa

C'era un sasso sotto la mia natica destra, ma non volevo muovermi. Il minuscolo battito cardiaco sotto le mie dita era soffice e tenace, fugaci sobbalzi di vita e lo spazio fra l'uno e l'altro, eternità, la mia connessione con l'infinito cielo notturno e la fiamma crescente.
"Sposta un po' il sedere, Sassenach", mi disse una voce all'orecchio. "Ho bisogno di grattarmi il naso e sei seduta sulla mia mano." Jamie agitò le dita sotto di me e io mi mossi di riflesso, girando la testa verso di lui mentre mi spostavo e mi risistemavo, mantenendo l'abbraccio intorno a Mandy, che dormiva abbandonata fra le mie braccia.
Mi sorrise da sopra la testa arruffata di Jem, flesse la sua mano ora libera e si grattò il naso. Doveva essere già passata la mezzanotte da un po', ma il fuoco era ancora alto e la luce scintillava attraverso la sua barba corta e risplendeva dolcemente nei suoi occhi così come nei capelli rossi del nipote e nelle pieghe ombreggiate del logoro plaid che aveva avvolto intorno a loro due.
Dall'altra parte del fuoco, Brianna rise, nel modo silenzioso in cui ridono le persone nel mezzo della notte con bimbi addormentati vicino a loro.
Appoggiò la testa sulla spalla di Roger, gli occhi semi-chiusi. Sembrava completamente esausta, i capelli non lavati e aggrovigliati, la luce del fuoco che mostrava profonde occhiaie... ma felice.
"Cos'è che trovi divertente, a nighean?" chiese Jamie, spostando Jem in una posizione più comoda. Jem stava lottando più che poteva per restare sveglio, ma stava perdendo la battaglia. Spalancò enormemente la bocca e scosse la testa, sbattendo le palpebre come un gufo stupefatto.
"Che c'è di buffo?" ripeté, ma l'ultima parola deragliò, lasciandolo con la bocca mezza aperta e lo sguardo vitreo.
Sua madre ridacchiò, un delizioso suono femminile, e sentii Jamie sorridere.
"Ho solo chiesto a Papà se si ricordava di un'Adunanza alla quale andammo anni fa. I clan furono tutti chiamati davanti ad un grande falò e diedi a Papà un grosso ramo infuocato e gli dissi di andare giù al falò e dire che i MacKenzie erano lì."
“Oh.” Jem blinked once, then twice, looked at the fire blazing in front of us, and a slight frown formed between his small red brows. “Where are we now?” "Oh." Jem sbatté gli occhi una, poi due volte, guardò il fuoco ardente davanti a noi, e un leggero corruccio si formò fra le sue piccole sopracciglia rosse. "Dove siamo adesso?"
"A casa," disse Roger con fermezza, e i suoi occhi incontrarono i miei e poi quelli di Jamie. "Per sempre".
Jamie lasciò andare lo stesso respiro che stavo trattenendo fin dal pomeriggio, quando i MacKenzie erano improvvisamente apparsi giù nella radura, ed eravamo corsi giù dalla collina per incontrarli. C'era stato un momento di gioiosa esplosione, senza parole, mentre ci gettavamo nelle braccia gli uni degli altri, e poi l'esplosione si era allargata con l'arrivo di Amy Higgins dalla sua casa, attirata dal rumore, seguita da Bobby, Aidan - che aveva gridato alla vista di Jem e l'aveva praticamente placcato, schiacciandolo a terra - Orrie e il piccolo Rob.
Jo Beardsley era nei boschi lì vicino, sentito il baccano era venuto a vedere... e nel giro di quelli che sembrarono istanti, la radura era piena di gente. Sei famiglie erano al corrente della notizia prima del tramonto; il resto l'avrebbe senza dubbio sentita l'indomani.
L'immediata strabordante ospitalità delle Highlands era stata meravigliosa; le donne e le ragazze erano tornate alle loro baite e avevano preso qualsiasi cosa stessero impastando o bollendo per cena, gli uomini avevano raccolto legna e - su richiesta di Jamie - l'avevano portata sulla cima dove si delineava l'abbozzo della Casa Nuova, e avevamo dato il benvenuto a casa alla nostra famiglia con stile, circondati da amici.
Centinaia di domande erano state poste ai viaggiatori: da dove arrivavano? Com'era stato il viaggio? Cosa avevano visto? Nessuno aveva chiesto se erano felici di essere tornati; era stato dato per scontato da tutti.
Neanche Jamie o io facemmo alcuna domanda. Ci sarebbe stato tempo per questo – e ora che eravamo soli, Roger aveva l’unica risposta che veramente importava.

giovedì 20 ottobre 2016

Estratto dal 9°libro: Buon Compleanno Sassenach!

(Qui troviamo Jamie e Claire, seduti accanto al fuoco morente. I MacKenzies sono appena arrivati e dopo una cena di festeggiamento, sono scesi dalla collina per trascorrere la notte in una capanna. Jamie e Claire scelgono di restare e vedere il fuoco spegnersi per dormire in una trapunta sotto le stelle. Parlano per in po’’ di quello che è successo e del miracolo di avere di nuovo la loro famiglia. Ma come per le persone sposate da molto tempo, la conversazione di tanto in tanto torna su se stessa, nei ricordi…)

“…La notte che abbiamo fatto Faith”
Alzai la testa sorpresa
“Sai quando è stata concepita? Io non lo so.”
Fece scorrere la mano lentamente sulla mia schiena, con le dita che si fermavano per disegnare dei cerchi nella parte bassa. Se fossi stata un gatto, mi sarei messa a sventolargli delicatamente la coda sotto al naso.
“Aye, beh, suppongo che potrei sbagliarmi, ma ho sempre pensato che fosse stato la notte che venni nel tuo letto all'Abazia.”
Per un momento brancolai fra i miei ricordi. Quel periodo all'Abazia di Ste. Anne, quando fu così vicino a scegliere di morire, era uno di quelli che ripercorrevo di rado. Era stato un periodo di paura e confusione, di angoscia e disperazione. Eppure, quando mi guardavo indietro, trovavo una manciata di immagini vivide che spuntavano fuori come lettere illuminate su una pagina di latino antico.
Il viso di Padre Anselm, pallido alla luce delle candele, i suoi occhi caldi pieni di compassione e poi il crescente bagliore di meraviglia via via che ascoltava la mia confessione. Le mani dell’abate che toccavano la fronte, gli occhi, le labbra e i palmi di Jamie, delicate come il tocco di un colibrì, mentre ungevano il nipote morente con il sacramento dell’estrema unzione. La quiete della cappella, immersa nell'oscurità, dove avevo pregato per la sua vita e visto la mia preghiera esaudita.
E fra questi momenti c’era la notte in cui mi svegliai dal mio sonno e lo trovai in piedi, una pallida apparizione accanto al mio letto, nudo e infreddolito, così debole che poteva a malapena camminare, ma di nuovo pieno di vita e di una testarda determinazione che non lo avrebbe mai più lasciato.
“Ti ricordi di lei, quindi?” La mia mano si posò delicatamente sul mio stomaco mentre ricordavo. Non l’aveva mai vista o percepita, al di là di qualche calcio casuale e qualche spinta da dentro di me.
Mi baciò la fronte brevemente e mi guardò.
“Lo sai che lo faccio. Tu no?”
 “Si. Volevo solo che mi raccontassi di più”
 “Oh, intendo farlo.” Si sistemò su un gomito e mi strinse a sé, in modo che potessi condividere il suo plaid.
 “Ti ricordi anche di questo?” chiesi, tirando giù la falda del tessuto con cui mi aveva coperta. “Quando condividesti il tuo plaid con me, la notte che ci conoscemmo?”
“Per evitare che ti congelassi? Aye.” Mi baciò la nuca. “Ero io a congelare, all'Abazia. Mi stavo consumando, cercando di camminare, e tu non mi lasciavi mangiare nulla, così stavo morendo di fame, e…”
“Oh, lo sai che non è vero! Tu…”
“Potrei mentirti Sassenach?”
 “Sì, lo faresti eccome,” dissi, “Lo fai continuamente. Ma non preoccupiamoci di questo, ora. Stavi morendo di freddo e di fame e all'improvviso decidesti che invece di chiedere a Frate Roger una coperta o una tazza di qualcosa di caldo, avresti barcollato nudo giù per il corridoio di pietra scura e ti saresti infilato a letto con me.”
“Certe cose sono più importanti del cibo, Sassenach.” La sua mano si sistemò fermamente sul mio didietro. “E scoprire se sarei mai più stato in grado di andare ancora a letto con te era più importante di qualsiasi altra cosa, in quel momento. Avevo deciso che se non ci fossi riuscito, me ne sarei semplicemente andato fuori nella neve e non sarei mai più tornato.”
 “Ovviamente, non ti era passato per la mente di aspettare qualche altra settimana per ritrovare le tue forze.”
“Beh, ero abbastanza sicuro di riuscire a camminare fin lì appoggiandomi al muro e che poi avrei fatto il resto sdraiato, quindi perché aspettare?” La mano sul mio didietro lo stava pigramente accarezzando. “Tu mi fai ricordare la circostanza”
“Era come fare l’amore con un blocco di ghiaccio” Era stato. Mi aveva stretto il cuore di tenerezza e mi aveva riempito di una speranza che pensavo non avrei conosciuto di nuovo. “Poi, ti sei scongelato dopo un po’”
Solo un po’ all’inizio. Lo avevo cullato contro di me, cercando il più possibile di generare il calore del corpo. Mi ero tolta la sottoveste, urgente per avere il maggiore contatto possibile con la pelle. Ricordavo la forte spigolosa curva della sua anca, le protuberanze della sua colonna vertebrale e le cicatrici frastagliate fresche su di loro.
“Non eri molto di più che pelle e ossa”
Mi girai e lo tirai accanto a me adesso e lo strinsi, cercando la rassicurazione del suo calore presente contro il gelo del ricordo.
“Mettesti le tue gambe su di me per impedirmi di cadere dal letto, me lo ricordo.” Mi strofinò la gamba lentamente e potevo sentire il sorriso nella sua voce anche se la sua faccia era scura con il fuoco dietro di lui, scintillante tra i suoi capelli.
“Era un letto piccolo”. Era stato – uno stretto lettino monastico, a malapena abbastanza largo per una persona di dimensioni normali. E anche morto di fame com’era aveva occupato la maggior parte dello spazio.
“Volevo girarti sulla schiena Sassenach, ma avevo paura di gettare entrambi sul pavimento, e …beh non ero sicuro di reggermi.”
Stava tremando per il freddo e per la debolezza. Ma ora, realizzai, probabilmente anche per la paura. Presi la mano poggiata sul mio fianco e la portai alla bocca, baciandogli le nocche. Le sue dita erano fredde per l’aria della sera e si strinsero nel calore delle mie.
“Ce l’hai fatta” Dissi dolcemente e rotolai sulla schiena portandolo con me.
“Solo appena” mormorò, cercando la strada attraverso le pieghe della trapunta, del plaid, della camicia e la sottoveste. Buttò fuori un lungo respiro, e così feci io. “Oh Gesù, Sassenach”
Si mosse appena un po’.
“Così sembrava” sospirò. “Inoltre, pensavo che non ti avrei più avuta, e allora…”
Ci era riuscito ed era stato a malapena
“Io pensavo – devo farlo, fosse l’ultima cosa che faccio.”
“Lo fu quasi, dannazione” Sospirai, e afferrai il suo fondoschiena sodo e rotondo. “Pensai veramente che saresti morto, per un attimo, finché non cominciasti a muoverti.”
“Anche se c’ero quasi” disse, con il mormorio di una risata. “Oh Dio Claire…” Si fermò per un attimo, si abbassò e premette la fronte contro la mia. Lo aveva fatto quella notte con la pelle gelata e feroce per la disperazione e mi ero sentita come se stessi soffiando la mia stessa vita dentro di lui, in quel momento, le sue labbra così morbide e aperte, che odoravano vagamente di birra mista a uovo che era l’unica cosa che poteva mandare giù.
“Volevo…” sospirò. “Ti volevo. Dovevo averti. Ma una volta che ero dento di te, volevo….”
Sospirò, profondamente e si mosse più in profondità.
“Pensavo che sarei morto per questo, allora e là. E volevo. E volevo andarmene, mentre ero dentro di te”. La sua voce era cambiata, ancora dolce, ma in qualche modo distante, distaccata – e io sapevo che era andato via dal presente, tornato indietro a una fredda pietra scura e al panico, alla paura e alla schiacciante necessità.
“Volevo versare me stesso dentro di te lasciare che fosse l’ultima cosa che avessi provato, ma quando ho cominciato e ho capito che non era destinato a essere così – ma che volevo restare dentro di te per sempre. Che ti stavo dando un figlio”
Era tornato indietro parlando, indietro al presente e dentro di me. Lo tenni stretto, grande e solido e forte nelle mie braccia e tremante impotente come se avesse dato tutto se stesso. Sentii calde lacrime spuntare e scivolare fredde nei miei capelli.
Dopo del tempo, si mosse e rotolò su un fianco. Una grande mano restò leggera sulla mia pancia.
“Ce l’ho fatta, aye?” disse e sorrise un po’, la luce del fuoco leggera sul suo volto
“Ce l’hai fatta” Dissi e tirai il plaid su di noi. Rimasi con lui soddisfatta nella luce della fiamma morente e nelle stelle eterne.

Traduzione di Iolanda

lunedì 10 ottobre 2016

Estratto dal nono libro: finalmente a casa

C'era un sasso sotto la mia natica destra, ma non volevo muovermi. Il minuscolo battito cardiaco sotto le mia dita era soffice e tenace, fugaci sobbalzi di vita e lo spazio fra l'uno e l'altro, eternità, la mia connessione con l'infinito cielo notturno e la fiamma crescente.
"Sposta un po' il sedere, Sassenach", mi disse una voce all'orecchio. "Ho bisogno di grattarmi il naso e sei seduta sulla mia mano." Jamie agitò le dita sotto di me e io mi mossi di riflesso, girando la testa verso di lui mentre mi spostavo e risistemavo, mantenendo l'abbraccio intorno a Mandy, che dormiva abbandonata fra le mie braccia.
Mi sorrise da sopra la testa arruffata di Jem, flesse la sua mano ora libera e si grattò il naso. Doveva essere già passata la mezzanotte da un po', ma il fuoco era ancora alto e la luce scintillava attraverso la sua barba corta e risplendeva dolcemente nei suoi occhi così come nei capelli rossi del nipote e nelle pieghe ombreggiate del logoro plaid che aveva avvolto intorno a loro due.
Dall'altra parte del fuoco, Brianna rise, nel modo silenzioso in cui ridono le persone nel mezzo della notte con bimbi addormentati vicino a loro.
Appoggiò la testa sulla spalla di Roger, gli occhi semi-chiusi. Sembrava completamente esausta, i capelli non lavati e aggrovigliati, la luce del fuoco che mostrava profonde occhiaie... ma felice.
"Cos'è che trovi divertente, a nighean?" chiese Jamie, spostando Jem in una posizione più comoda. Jem stava lottando più che poteva per restare sveglio, ma stava perdendo la battaglia. Spalancò enormemente la bocca e scosse la testa, sbattendo le palpebre come un gufo stupefatto.
"Che c'è di buffo?" ripeté, ma l'ultima parola deragliò, lasciandolo con la bocca mezza aperta e lo sguardo vitreo.
Sua madre ridacchiò, un delizioso suono femminile, e sentii Jamie sorridere.
"Ho solo chiesto a Papà se si ricordava di un'Adunanza alla quale andammo anni fa. I clan furono tutti chiamati davanti ad un grande falò e diedi a Papà un grosso ramo infuocato e gli dissi di andare giù al falò e dire che i MacKenzie erano lì."
"Oh." Jem sbatté gli occhi una, poi due volte, guardò il fuoco ardente davanti a noi, e un leggero corruccio si formò fra le sue piccole sopracciglia rosse. "Dove siamo adesso?"
"A casa," disse Roger con fermezza, e i suoi occhi incontrarono i miei e poi quelli di Jamie. "Per sempre".
Jamie lasciò andare lo stesso respiro che stavo trattenendo fin dal pomeriggio, quando i MacKenzie erano improvvisamente apparsi giù nella radura, ed eravamo corsi giù dalla collina per incontrarli. C'era stato un momento di gioiosa esplosione, senza parole, mentre ci gettavamo nelle braccia gli uni degli altri, e poi l'esplosione si era allargata con l'arrivo di Amy Higgins dalla sua casa, attirata dal rumore, seguita da Bobby, Aidan - che aveva gridato alla vista di Jem e l'aveva praticamente placcato, schiacciandolo a terra - Orrie e il piccolo Rob.
Jo Beardsley era nei boschi lì vicino, sentito il baccano era venuto a vedere... e nel giro di quelli che sembrarono istanti, la radura era piena di gente. Sei famiglie erano al corrente della notizia prima del tramonto; il resto l'avrebbe senza dubbio sentita l'indomani.
L'immediata strabordante ospitalità delle Highlands era stata meravigliosa; le donne e le ragazze erano tornate alle loro baite e avevano preso qualsiasi cosa stessero impastando o bollendo per cena, gli uomini avevano raccolto legna e - su richiesta di Jamie - l'avevano portata sulla cima dove si delineava l'abbozzo della Casa Nuova, e avevamo dato il benvenuto a casa alla nostra famiglia con stile, circondati da amici.
Centinaia di domande erano state poste ai viaggiatori: da dove arrivavano? Com'era stato il viaggio? Cosa avevano visto? Nessuno aveva chiesto se erano felici di essere tornati; era stato dato per scontato da tutti.

giovedì 29 settembre 2016

Estratto dal 9°libro: Vino Blu

Era quella che sua madre chiamava giornata "vino blu". Una in cui l'aria e il cielo erano una cosa sola ed ogni respiro quasi intossicava. Le foglie marroni crepitavano ad ogni passo, il loro profumo tagliente come quello degli aghi di pino che li sovrastavano. Stavano scalando la montagna, pistole in mano, e Brianna Fraser MacKenzie era tutt'uno con il momento.
Il padre le trattenne un ramo d'abete e lei si abbassò per unirsi a lui.
"[Termine gaelico per "erba dolce"],"disse indicando il grande prato che si stagliava davanti a loro. "Ti ricordi un po' di Gàidhlig (gaelico), vero, ragazza?"
"Hai detto qualcosa a proposito dell'erba", disse cercando velocemente nei meandri della sua mente. "Ma non conosco [dolce]."
"Erba dolce. E' come chiamiamo questo prato. Buono per il pascolo, ma troppo grande per un'arrampicata degli animali, e non vogliamo lasciarli qui per giorni da soli, per via dei puma e degli orsi."
Tutto il prato sembrava incresparsi, le cime mature di milioni di steli d'erba in movimento alla ricerca del sole mattutino. Qua e là, delle farfalle volavano e al lato opposto del prato, c'era una grande orma ungulata che spariva nella boscaglia, che aveva lasciato i rami ondeggianti nella sua scia.
"C'è un po' di concorrenza, vedo," disse, accennando verso il punto in cui l'animale era scomparso. Alzò un sopracciglio, domandando se non dovessero perseguire, ma pensò che il padre avesse qualche buona ragione per non farlo, dal momento che non si mosse.
"Sì, un po' ", disse e si voltò verso destra, muovendosi lungo il bordo degli alberi che costeggiavano il pascolo. "Ma cervi non si nutrono nello stesso modo di bestiame o pecore, almeno non se il pascolo è buono. Quello era un cervo anziano", aggiunse deciso da sopra la spalla. "Non ne uccidiamo di simili in autunno, salvo che per necessità; la carne non è buona così vicina al periodo del calore e il gioco non vale la candela".
Lei sollevò entrambe le sopracciglia, ma lo seguì senza commentare. Lui girò la testa e le sorrise.
"Dove ce n'è uno, ce ne sono probabilmente altri, in questo periodo dell'anno. Cominciano a riunirsi in piccoli gruppi. Non è ancora proprio il periodo del calore, ma i vecchi ci stanno pensando. Lui sa bene dove sono." Fece un cenno in direzione del cervo scomparso. "Lo seguiremo."
Lei represse un sorriso, ricordando alcune delle opinioni non censurate di sua madre sugli uomini e le funzioni del testosterone. Lui se ne accorse, però, e le lanciò uno sguardo a metà tra il mesto e il divertito, sapendo a cosa stesse pensando, e questa cosa gli diede una piccola dolce fitta nel suo cuore.
"Aye, be', tua madre ha ragione in fatto di uomini", disse con un'alzata di spalle. "Tenilo a mente, a nighean", aggiunse più seriamente. Poi si girò, alzando il viso nella brezza. "Sono sopravento rispetto a noi, non ci avvicineramo, ci arrampicheremo e scenderemo verso di loro dal lato opposto."

Lei annuì e controllò l'innesco della sua pistola. Aveva con sé il fucile leggero di famiglia, mentre il padre aveva il fucile buono. Non avrebbe sparato a nulla, però, se c'era la possibilità di spaventare dei cervi nelle vicinanze. Aveva adorato moltissimo cacciare con lui, prima, e mai avrebbe pensato che un giorno sarebbe accaduto di nuovo.
Fu una salita ripida e si ritrovò ad avere l'affanno, cominciando a sudare anche dietro le orecchie, nonostante la giornata fredda. Il padre era salito, come sempre, come una capra di montagna, senza la minima apparenza di sforzo, ma -con suo disappunto- aveva notato la sua fatica e le fece cenno di andare da parte, su una piccola sporgenza.
"Non abbiamo fretta, a nighean", disse sorridendole. "C'è dell'acqua qui." Si allungò, con un'evidente esitazione, e le toccò la guancia arrossata, allontanando rapidamente la mano.

"Scusa, ragazza," disse e sorrise. "Non sono ancora abituato al fatto che tu sia reale".
"So cosa vuoi dire," disse piano e, deglutendo, allungò una mano e gli toccò il viso, caldo e ben rasato, gli occhi blu a mandorla profondi come i suoi.

"Och", disse lui tra i denti, e con delicatezza la portò tra le sue braccia. Lo abbracciò stretto e rimasero così, senza parlare, ascoltando il rumore dei corvi che volteggiavano e il gocciolare dell'acqua sulla roccia.

lunedì 26 settembre 2016

Hal e Minnie: La festa in giardino

Uno sprazzo di rosso tra gli alberi attirò il suo sguardo: per un istante pensò che fosse un uccello esotico, attratto dall'abbondanza di frutti così particolari.  Poi sentì delle voci e un momento dopo lui apparve su quella piazzola sterrata dove s'incrociavano i sentieri.  Un soldato, in quella che doveva essere la sua completa uniforme: uno sfavillio di scarlatto e oro, accompagnato da lucidi stivali neri fino al ginocchio e la spada alla vita.
Non era alto, anzi. Appariva piuttosto magro e vedendolo di profilo, mentre si voltava per parlare con il compagno, i lineamenti del viso sembravano molto fini. Eppure era là in piedi diritto, con le spalle quadrate e la testa alta. C'era qualcosa in lui che le ricordò un gallo- e un atteggiamento profondamente fiero, orgoglioso e completamente ignaro delle proprie dimensioni, sempre pronto ad affrontare qualsiasi situazione.
Il pensiero la distrasse così tanto che ci volle un momento prima che si accorgesse del suo interlocutore. Il compagno non era vestito come un soldato ma era comunque molto elegante: indossava un velluto dorato e una fascia di satin blu, arricchito da qualche medaglia apposta al petto- di questo o quell'altro Ordine, pensò lei.  Nonostante il vestiario ricordava decisamente una rana, pallido e con una bocca ampia, gli occhi fissi e piuttosto grandi.
La vista dei due, il gallo e la rana impegnati in una conversazione tanto allegra, la fece sorridere dietro il ventaglio e non si accorse del gentiluomo che si era fermato alle sue spalle, finché questo non parlò.
"Vi piacciono i cactus... madame?"
"Potrei, se sapessi cosa sono... " rispose lei, voltandosi per trovarsi di fronte un signore, giovanile nel suo abito color prugna, che la osservava molto attentamente. 
"Uhm... effettivamente mi piacciono le piante grasse" confermò. Si schiarì la gola, sperando di ricordare il termine esatto. "In particolare la...ehm...Euphorbia".
La domanda negli occhi dell'uomo svanì, sostituita da divertimento. La scrutò dall'alto in basso, in un modo che in altre circostanze avrebbe potuto essere offensivo. Lei arrossì ma cercò di sostenere il suo sguardo e aggrottò le sopracciglia.
"Mr. Bloomer, suppongo?"
"Al suo servizio" disse sorridendo mentre le offriva il braccio. "Lasci che le mostri le Euphorbias, Signorina...?"
Un momento di panico; chi doveva essere, o ammettere di essere?
"Houghton" disse. "Lady Bedelia Houghton"
"Ma certo" disse, il volto serio. "Incantato di fare la sua conoscenza, Lady Bedelia"
S'inchinò leggermente, lei prese il suo braccio e insieme camminarono lentamente nel bosco.
C'erano diverse serre collegate l'una all'altra e dovettero attraversare piccole giungle di filodendri, piante che non avevano mai abbellito nulla di più di una sala da pranzo, con foglie dentellate larghe quanto Minnie stessa, polpose e verdi, simili alla seta bagnata.
"Sono piuttosto velenosi, i filodendri", disse Mr. Bloomer con un cenno casuale.  "Tutti. Lo sapeva?"
"Me ne ricorderò".
E poi tanti alberi-fichi, le aveva detto Mr. Bloomer -il cognome sinonimo di fiore, non a caso- con i rami intrecciati, le foglie sottili e un dolce profumo di antico: su alcuni si arrampicano delle viti, avvolte al tronco dei poveri fichi con una forza straordinaria, come robusti rampicanti su di un’esile corteccia.  E infine, eccola: la dannata Euphorbia.
Non avrebbe mai pensato all'esistenza di una cosa simile. Molte di loro non sembravano nemmeno piante e quelle che lo erano, sembravano strane perversioni del regno vegetale, con sottili rami spogli che spuntavano come crudeli spine. Altre ancora assomigliavano a una strana lattuga, bianca e aggrovigliata con bordi rosso scuro, come se qualcuno l'avesse usata per tamponare del sangue.
"Anche questi sono piuttosto velenosi, soprattutto la linfa. Non vi ucciderà ma non vorrei che vi finisse negli occhi."
"Nemmeno io." Minnie afferrò ancor più saldamente il parasole, pronta ad aprirlo nel caso una delle piante avesse deciso di sputarle addosso: sembrava che molte di loro non aspettassero altro.
"La chiamano "Corona di spine" disse Mr. Bloomer, facendo cenno con la testa ad una cosa particolarmente orrida con lunghe spine nere che spuntavano in ogni direzione.
 "Ah."
 A quel punto lui si accorse della sua espressione, sorrise e indicò con la testa l'edificio vicino. "Andiamo; la prossima collezione vi piacerà di più".
"Oh", disse in tono flebile. Poi "OH"  con voce molto più alta.
La nuova serra era molto più grande delle altre, con un alto soffitto. L'atmosfera era piena della luce del sole che illuminava migliaia di orchidee che scendevano dai tavoli e dagli alberi come cascate di bianco e oro, e viola e rosso e...
"Oh..." Sospirò di felicità e Mr. Bloomer rise.
Non erano soli nella loro ammirazione. Tutte le serre erano famose: in molti avevano ammirato quelle piante spinose, grottesche e velenose ma la serra delle orchidee era sempre piena di visitatori e l'aria era pervasa da scintille di meraviglia e delizia.
Minnie inspirò più che poté, annusando. L'aria era profumata da una gran varietà di fragranze, tanto da far naufragare la sua mente.
"Non fermarti qui." Mr. Bloomer, guidandola da una delizia all'altra, mise la mano davanti ad un grande vaso di orchidee verde scuro con i petali sottili, come per nasconderla. "Carne marcia."
Annusò cautamente e indietreggiò.
"E perché diamine un'orchidea dovrebbe mai puzzare di carne marcia?" domandò.
Le rivolse uno sguardo curioso, ma sorrise.
"Ogni fiore ha un colore e un profumo diverso per attrarre gli insetti che li impollinano. Il nostro amico Bulbophyllum laggiù ad esempio" indicò con la testa la pianta verde," conta molto sull'aiuto dei coleotteri. Vieni, questo profuma di noce di cocco: ne hai mai sentita una?"

Traduzione di Federica

lunedì 19 settembre 2016

Estratto dal 9°libro: Cosa c'è nella borsa?

Avevamo cenato nella nostra nuova veranda anteriore, non essendoci ancora nessun tavolo o panca per la cucina, ma per festeggiare avevo fatto l'impasto per i biscotti alla melassa la mattina presto e l'avevo messi da parte. Tutti si ammassarono all'interno e srotolarono i loro svariati giacigli – Jamie e io avevamo un letto, ma i MacKenzie avrebbero dormito tutti su pagliericci davanti al fuoco – e si sedettero a guardare con forte anticipazione mentre lasciavo cadere i biscotti sulla mia teglia e facevo scivolare il cerchio di ferro freddo nel calore ardente del forno olandese.
“Quanto tempo, quanto tempo, quanto tempo, nonnina?” Mandy era dietro di me, stando in punta di piedi per vedere, mi girai e la sollevai, in modo che potesse vedere la taglia e i biscotti nelle ombre incandescenti del foro di mattoni costruito nella parete del grande focolare. Il fuoco che avevamo acceso all'alba era stato alimentato tutto il giorno e la cornice di mattoni era stata irradiata di calore – lo sarebbe stata tutta la notte.
“Vedi come la pasta è a forma di palla? E puoi sentire com'è caldo –non mettere mai le mani nel forno - ma il calore appiattirà quelle palle e diventeranno marroni e quando succederà i biscotti saranno pronti. Ci vorranno dieci minuti.” aggiunsi, mettendola giù, “È un forno nuovo, però, così dovrò controllare.”
“Buono, buono, buono!” Saltava su e giù con gioia, poi si gettò tra le braccia di Brianna. “Mamma! Mi leggi una storia fino a che i biscotti saranno pronti?”
Le sopracciglia di Bree si sollevarono e guardò Roger, che sorrise e alzò le spalle.
“Perché no?” disse lui e andò a rovistare nella pila di oggetti vari accatastati contro il muro della cucina.
“Avete portato un libro per i bambini? È un bene” disse Jamie a Bree. “Dove lo avete preso?”
“Fanno davvero libri per bambini dell’età di Mandy ora?” chiesi, guardandola. Bree aveva detto che poteva già leggere un po’, ma non avevo mai visto niente nelle tipografie del 18simo secolo che potesse sembrare comprensibile – per non dire interessante – per bambini di tre anni.
“Più o meno” disse Roger tirando la grande borsa di tela di Bree fuori dal mucchio. “Cioè, ci sono stati – ci sono voglio dire – pochi libri che sono destinati ai bambini. Tuttavia gli unici titoli che mi vengono in mente in questo momento sono: Inni per il divertimento dei bambini, La storia del piccolo Goody due-scarpe e Descrizione di trecento animali.”
“Che genere di animali?” Jamie chiese, guardando con interesse.
“Non ne ho idea” confessò Roger “Non ho visto nessuno di questi libri; ho solo letto i titoli in una lista su una rivista accademica.”
“Hai mai stampato libri per bambini a Edimburgo?” chiesi a Jamie che scosse la testa. “Cosa leggevi quando andavi a scuola?”
“Da bambino? La Bibbia” lo disse come se dovesse essere ovvio “E l’almanacco. Dopo che avevamo imparato l’ABC, voglio dire. In seguito facevamo un po’ di latino”
”Voglio il mio libro” disse Mandy fermamente. “Dammi Papà, per favore?” aggiunse vedendo la bocca aperta di sua madre. Bree chiuse la bocca e sorrise, e Roger sbirciò nel sacco, poi tirò fuori…

Traduzione di Iolanda

domenica 18 settembre 2016

Hal e Minnie: profumi

Winstead Terrace era una piccola fila di decorose villette che dava su una identica dall'altro lato di un parco privato, la tranquillità protetta da un'alta recinzione di ferro e un cancello chiuso.
Hal allungò la mano attraverso le sbarre della recinzione e ruppe con cautela un rametto di un albero che sporgeva.
"Che cosa stai facendo?" domandò Harry, fermandosi a metà strada "Raccogli un fiorellino da mettere all'occhiello? Non credo che Grierson sia così dandy".
"E nemmeno io" disse Hal tranquillamente. "Volevo solo vedere se era quello che pensavo, e infatti è così".
"E cos'è, di grazia?" Harry fece un passo indietro per osservare il rametto che Hal aveva in mano.  Le foglie erano fresche sulle sue dita: era piovuto poco prima ed erano ancora umide, le gocce d'acqua scivolavano lungo la mano per poi sparire nella stoffa del polsino ricamato. 
Prese il rametto con l'altra mano e scrollò l'acqua, asciugando con fare assente la mano bagnata sul cappotto. Gli piacevano i tessuti e i vestiti di buona qualità ma non era un dandy, proprio no. Era però necessario fare buona impressione su Donald Grierson e per questo sia lui che Harry avevano indossato una mezza uniforme, con una discreta ma ben visibile quantità di laccetti dorati.
"Ceibo, l'albero corallo" disse mostrando a Harry le spine lunghe due spanne che sporgevano dal rametto. "E' una specie di biancospino."
"Pensavo che i biancospini fossero delle specie di siepi." Harry fece cenno verso la terrazza e Hal annuì, seguendolo.
"Anche. Possono crescere in piccoli arbusti oppure alberi. E' una pianta interessante: dicono che le foglie sappiano di pane e formaggio, anche se non ho mai provato."
Harry sembrò divertito.
"Me ne ricorderò la prossima volta che mi troverò in campagna e senza un pub in vista. Pronto?"
Hal avrebbe potuto essere infastidito dalla sollecitudine di Harry, ma si vedeva chiaramente che l'amico era preoccupato per lui. Fece un respiro profondo e raddrizzò le spalle, ammettendo a se stesso in tutta onestà che quella preoccupazione non era poi così infondata. Ora però si sentiva meglio. Doveva. C'era ancora molto lavoro da fare, se voleva avere la benché minima speranza di riunire un reggimento pronto per combattere. E il Maggiore Grierson poteva di certo aiutarlo.
"C'è un’altra cosa a proposito dei biancospini," disse mentre giungevano alla porta di casa del Maggiore.
"Cioè?" Harry mise su il suo sguardo da cane da caccia, in allerta e concentrato sulla preda da catturare: Hal sorrise in cuor suo nel vederlo.
"Si dice che i fiori -e cito testualmente- abbiano l'odore di una donna eccitata".
Lo sguardo intento di Harry si spostò istantaneamente sul rametto fiorito che Hal teneva in mano. Lui rise, annusò il fiore e lo porse a Harry, per poi girarsi e sollevare batacchio di ottone.
_Buon Dio è vero_. Fu distratto da un profumo di muschio così accattivante che notò a malapena la porta aperta. Come diavolo poteva avere un odore così... scivoloso? Chiuse involontariamente il pugno con la sconcertante sensazione di aver appena toccato sua moglie.
"Signore?" Il servitore che aveva aperto la porta lo osservava, il cipiglio leggermente aggrottato.
"Oh" disse Hal, ritornando in sé.  "Sì. Lo sono. Voglio dire..."
"Il Maggiore Grierson vi sta aspettando, immagino?" Harry si frappose tra Hal e la faccia inquisitrice, che annuì obbediente e rientrò in casa, facendo segno di seguirla.

Traduzione di Federica

venerdì 9 settembre 2016

Past Prologue: racconto breve a quattro mani su Jamie

La nostra amata Diana non si ferma mai. Mentre è alla prese con la stesura del nono libro di Outlander, Go Tell The Bees That I'm Gone, e di diversi racconti brevi su personaggi minori della saga, ha deciso di partecipare anche all'antologia Match-up. Organizzata dall'ITW (International Thriller Writers Organisation), si tratta della terza raccolta di racconti brevi scritti da coppie di autori formate da un uomo e una donna, con la finalità di aiutare, tramite le vendite, gli iscritti all'ITW economicamente in difficoltà, pagando loro le spese mediche.
Diana non fa parte di quest'organizzazione, ma il suo caro amico e scrittore di gialli Steve Berry sì, e lui le ha chiesto il suo aiuto. Da questa collaborazione sta prendendo vita un racconto che ha per protagonisti Cotton Malone, il personaggio principale dei thriller di Berry, e il nostro adorato Jamie Fraser.
Qui di seguito troverete la traduzione dell'estratto del racconto, che si intitolerà Past Prologue, pubblicato oggi da Diana sul suo account Facebook. La storia, almeno in questa parte, è narrata dal punto di vista di Cotton Malone. Buona lettura!

"Le porte del castello si aprirono di colpo.
L'istinto mi disse di scappare dal sudicio sentiero e accovacciarmi dietro a un cespuglio di ginestra spinosa, da dove potevo osservare senza essere visto. Dapprima i cigolii e il rumore di zoccoli erano deboli, poi diventarono più forti nel momento in cui spuntò un carro tirato da cavalli, seguito da un pugno di uomini logori, vestiti di camicie lerce e braghe.
La maggior parte era ammanettata.
Prigionieri.
Poi apparvero tre giubbe rosse, ognuna portando un moschetto con baionetta appoggiato sulla spalla. I soldati erano ridotti in stracci e sudici quasi quanto i prigionieri. Le uniformi scarlatte tutte sporche, sbiadite e rattoppate. La brezza del giorno soffiava e il vento portava la puzza ripugnante di uomini costretti a vivere nei loro abiti, senza lavarsi mai, senza nemmeno uno straccio per pulirsi il culo. Ogni senso del tempo sembrava distorto, e fissavo lo spettacolo in una sorta di fascinazione intorpidita. Mi sfiorò il pensiero che si trattasse di una rievocazione, ma scartai rapidamente l'idea, mentre un'altra stravagante conclusione si materializzava velocemente.
Il carro sferragliò via e il gruppo di prigionieri passò vicino abbastanza affinché io potessi sentire gli stralci di una conversazione fra di loro. Non era inglese o nessun'altra lingua a me conosciuta. Il commentatore obiettivo in fondo al mio cervello, sempre in massima allerta, una voce di cui avevo imparato a fidarmi, mi diceva che poteva trattarsi di gaelico.
Uno dei prigionieri barcollò, inciampò e poi cadde nella sporcizia.
Un uomo alto, dai capelli rossi, messo ai ferri, solido come una quercia, corse verso l'uomo a terra. Tutti gli altri prigionieri cominciarono pure a convergere lì, e i soldati si scambiarono sguardi cauti l'uno con l'altro, poi rinsaldarono la presa sui loro moschetti. Un'altra pattuglia da lavoro, se di questo si trattava, si riversò disordinatamente fuori dalla porta del castello. I suoi membri sembravano messi tanto male, se non peggio, dei primi.
Il grande prigioniero dai capelli rossi si raddrizzò, si fece il segno della croce e gridò ai soldati: "Quest'uomo è morto."
In un inglese con accento scozzese.
I soldati si rilassarono, passando a uno stato di fastidio, come se questa fosse una seccatura occorsa tante volte prima di allora. Uno di loro si avvicinò per dare un'occhiata, colpendo il corpo con lo stivale, dandogli poi un calcio o due per sicurezza, poi tornò indietro.
'Toglilo dalla strada."
Big Red sembrò non apprezzare quell'ordine. Era più alto dell'esile soldato di almeno trenta centimetri e si avvicinò alla giubba rossa, che fece una rapida ritirata, poi si fermò e gli puntò il fucile - no, non era un fucile. Era un moschetto.
'Lo metteremo sul carro', disse Big Red con voce piatta. 'E lo seppelliremo nella brughiera.'
Il soldato guardò involontariamente al di là della sua spalla e il più anziano della fanteria alzò le spalle, aggrottò le sopracciglia e annuì.
Crisi sventata."

lunedì 22 agosto 2016

Estratto 9°libro: Economia Domestica

La giornata era nuvolosa con un vento freddo e Brianna si chiuse lo scialle della madre intorno alle spalle appena arrivò sotto l’ombra degli alberi che nascondevano l’affumicatoio. La famiglia MacKenzie era arrivata con poco più che i vestiti che avevano addosso e mentre si era assicurata che ognuno avesse un mantello ben caldo, sarebbero stato pericolosamente al di sotto della povertà il giorno del bucato.
Felice per la riunione con i suoi genitori, non poteva sfuggire che quattro bocche in più da sfamare – e corpi da vestire – sarebbero stati un forte stress su un’economia domestica già tesa. I suoi genitori erano ritornati al Ridge solo poche settimane prima dell’arrivo dei MacKenzie; non avevano ancora un tetto sulla testa. E quanto al cibo…
Tolse il chiavistello alla porta e tirò un respiro profondo; il calore dell’affumicatoio l’avvolse, l’odore intenso di carne che affumicava con un una traccia di sangue e aceto. Qualcosa stava cuocendo nella fossa sul lato opposto del piccolo capanno; il quarto di carne di cervo che sua madre aveva menzionato – che avrebbe dovuto essere per il [ ]. Piccoli riccioli di fumo grigio di noce americano filtravano fuori e fluttuavano nel nulla intorno alle sua caviglie. Oltre l’invisibile carne che cuoceva, tuttavia…c’era ben poco nel capanno del fumo, eccetto una sfilza di salsicce, una fila di trote essiccate e un singolo prosciutto appeso a un gancio – lo scopo del suo viaggio – e diversi piccoli barilotti che stavano su un lato.
Andando a esaminarli, scoprì che, invece di etichette, i barilotti portavano in cima immagini fatte col gesso: un pesce vivace, un maiale allegro e una fila di quaglie che correvano. Sorrise, chiedendosi chi poteva averli disegnati.
“Miss?” Una voce dietro di lei la fece trasalire e si giro per vedere Fanny, la bambina che i suoi genitori avevano in qualche modo acquisito in Georgia. La ragazza le guardò timorosa e Brianna le sorrise
“Ciao. Non c’è bisogno che mi chiami Miss, lo sai – il mio nome è Brianna”
“Si, M – Intendo...bene” Fanny mosse su e giù la testa e arrossì un po’, ma restituì a Brianna un sorriso timido. “Mrs Fraser mi manda a dirvi che ci sono ospiti per cena e dovreste portare una dozzina di trote essiccate e un po’ di crema dalla casa estiva, un po’ di burro e anche una cipolla dalla vecchia cantina” Sollevò il cesto vuoto sul braccio “Vuole fare una zuppa, dice”
“Senz’altro” posò il prosciutto sul barilotto con le quaglie salate e prese il cestino. “Chi sono gli ospiti?”
“Due uomini. Uno si chiama Mr. [ ], non ho sentito il nome dell’altro, direi che sono sue uomini di qualche...spessore, anche se hanno viaggiato un po’ di tempo a giudicare dalla polvere su di loro.”
“Davvero? Pà – mio padre – li conosce, non credi?” Fanny era arrossita ancora al suo incespicare sulla parola “spessore” e Bree pensò che sembrava come un piccolo fiore sotto la sua cuffia, il colore segnava appena le sue guance come l’ombra all’interno di una rosa.
“Non lo so” disse Fanny, “Mr Frath – Fraser” si corresse, con un piccolo cipiglio, “non è ancora a casa”
Bree annuì, contando i pesci mentre li staccava dalla fila tesa attraverso i travetti del soffitto. Non aveva visto suo padre per tutto il giorno; se n’era già andato quando aveva accompagnato Jem e Mandy al cantiere della casa. A caccia, pensò e sentì un senso di colpa per la fallita caccia a un tacchino del giorno prima.

Traduzione di Iolanda

sabato 20 agosto 2016

Estratto 9°libro: Conversazioni davanti al fuoco morente

Rimanemmo in silenzio per un po’ e la testa di Roger ciondolò. Pensai che fosse quasi addormentato e stavo raccogliendo le gambe sotto di me per alzarmi e portare tutti a letto, quando alzò di nuovo la testa.
“Una cosa…”
“Si?”
“Hai mai incontrato un uomo chiamato William Buccleigh MacKenzie? O forse Buck MacKenzie?”
“No” dissi lentamente. “Sebbene il nome mi risulti familiare. Chi è?”
Roger si strofinò una mano sul viso e lentamente giù per la gola, verso la cicatrice bianca lasciata dalla corda.
“Beh…è l’uomo che mi fece impiccare, per cominciare. Ma è anche il mio cinque volte bisnonno. Nessuno di noi lo sapeva a quel tempo” disse in tono quasi di scuse.
“Capisco” Dissi, sebbene non completamente. “E allora…?”
“È il figlio di Geillis Duncan e Dougal MacKenzie” Disse Roger con calma
“Gesù C…oh, ti chiedo scusa. Sei ancora un ministro?”
Sorrise, sebbene i segni della spossatezza fossero scolpiti come solchi sul suo viso
“Non penso che si possa cancellare” disse. “Ma se tu stavi per dire 'Gesù Cristo d'un Roosevelt' non mi dispiacerebbe. Si potrebbe dire che è appropriato alla situazione.”
In poche parole mi raccontò la strana storia del figlio della strega e come Buck MacKenzie fosse finito in Scozia nel 1980, solo per tornare indietro con Roger, nel tentativo di trovare Jem.
“C’è molto più di quello” mi assicurò “Ma la fine – per ora – è che lo abbiamo lasciato in Scozia. Nel 1739. Con…em…”
“Con Geillis?” La mia voce si alzò involontariamente e Mandy si mosse di scatto e fece piccoli rumori capricciosi. L’accarezzai frettolosamente e la spostai in una posizione più comoda. “L’hai incontrata?”
“Si. Em…donna interessante.” C’era una coppa sul pavimento accanto a lui, ancora mezza pieno di birra, potevo sentire l’odore del lievito e del luppolo amaro da dove ero seduta. La prese e sembrava stesse riflettendo se berla o versarsela in testa, ma nell’eventualità, ne prese un sorso e la posò.
“Io – noi – volevamo che venisse con noi. Sicuramente c’era un rischio, ma abbiano provato a trovare abbastanza gemme, pensavo che potessimo farlo, tutti insieme. E…sua moglie è qui.” Indicò vagamente con la mano la foresta lontana. “In America, intendo. Ora”
“Io…mi ricordo vagamente, del tuo albero genealogico.” Sebbene l’esperienza mi avesse insegnato i limiti del credere a qualunque cosa registrata sulla carta.
Roger annuì e bevve ancora birra, e si schiarì la gola. Duramente. La sua voce era roca e incrinata per la stanchezza.
“Suppongo che tu lo abbia perdonato per –“feci brevemente un gesto verso la mia gola. Potevo vedere l’ombra della piccola cicatrice che avevo lasciato sulla sua quando avevo praticato una tracheotomia d’emergenza con un temperino e il boccaglio ambrato di una pipa.
“Gli ho voluto bene” disse semplicemente. Un sorriso appena percettibile apparve attraverso la barba nera e ispida e il velo di stanchezza. “Quanto spesso capita la possibilità di voler bene a qualcuno che ti ha dato il suo sangue, la sua vita e che non saprà mai chi potrai essere, o anche se esisti?
“Beh, hai questa opportunità quando hai dei figli” Dissi e misi una mano delicatamente sulla testa di Jem. Era calda, i suoi capelli non lavati ma morbidi sotto le mie dita. Lui e Mandy odoravano come cuccioli, un dolce e intenso profumo animale, ricco di innocenza.
“Si” disse Roger sommessamente “Puoi”

Traduzione di Iolanda

venerdì 22 luglio 2016

Estratto 9° libro: A Caccia Noi Andiamo

Mentre salivano più in alto e la radura si apriva, si alzò una brezza rinfrescante e Ian si fermò, facendole cenno con un piccolo movimento delle dita.
"Li hai sentiti?" le sussurrò in un orecchio.
Lei disse di si e le si incresparono i peli lungo la spina dorsale. Piccoli guaiti quasi come un cane che abbaia. E più in là, una sorta di ronzio intermittente, qualcosa tra un grande gatto e un piccolo motore.
"Meglio se ti togli le calze e ti sporchi le gambe con della terra" sussurrò Ian, facendo segno verso le calze di lana. "Anche le mani e la faccia."
Lei annuì, appoggiando la pistola contro un albero, e prese con delle foglie secche un pezzo di terra abbastanza umido da strofinarselo sulla pelle. Ian, la cui pelle era quasi il colore dei suoi vestiti di daino, non aveva bisogno di tale camuffamento. Si allontanò in silenzio mentre lei si stava sporcando mani e viso, e quando alzò gli occhi, per un attimo non riuscì più a vederlo.
Poi ci furono una serie di suoni come un cardine arrugginito di una porta che oscilla avanti e indietro, e improvvisamente lo vide, in piedi dietro un albero a circa cinquanta metri di distanza.
Il bosco sembrava essersi fossilizzato per un istante, il morbido fruscio e il rumore delle foglie si erano fermati. Poi ci fu un glu-glu arrabbiato e lei girò la testa il più lentamente che potè, per vedere un grosso tacchino sbucare con la sua testa azzurra dall'erba che guardava furiosamente da un lato all'altro, con i bargigli rosso brillanti che che oscillavano alla ricerca del suo sfidante.
Spostò lo sguardo su Ian, le sue mani a coppa sulla bocca, ma non si muoveva o emetteva alcun suono. Lei trattenne il respiro e si voltò a guardare il tacchino, che emise un altro forte glu-glu - questo in risposta ad un altro esemplare lontano. Il tacchino si stava interessando a quel suono, sollevò la testa e gridò, ascoltò per un attimo, e poi si abbassò di nuovo nell'erba. Brianna guardò Ian; lui vide il suo movimento e scosse la testa, leggermente.
Aspettò per lo spazio di sedici lenti respiri - li aveva conati - e poi Ian fece di nuovo quel suono. Il tacchino spuntò fuori dall'erba e attraversò una zona aperta, ricca di foglie, il sangue negli occhi, le piume del petto arruffate e la coda aperta a ventaglio con fare di sfida. Si fermò un attimo per permettere ai boschi di ammirare la sua magnificenza, poi cominciò impettito ad andare lentamente avanti e indietro emettendo dure grida aggressive.
Muovendo solo i bulbi oculari, guardò avanti e indietro tra il tacchino impettito e Ian, che aveva sincronizzato i suoi movimenti con quelli del tacchino, facendo scorrere l'arco giù dalla spalla, fermandosi, portando una freccia alla mano, fermandosi, e, infine, incoccandola mentre l'uccello faceva il suo ultimo giro.
O quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo giro. Ian tese il suo arco e nello stesso movimento, scoccò la sua freccia ed emise un urlo spaventato fin troppo umano mentre un grande oggetto scuro scendeva dall'albero sopra di lui. Si tirò indietro e il tacchino appena perso gli atterrò sulla testa.Ora riuscì a vedere una gallina, le piume arruffate dalla paura, che correva con il collo proteso sul terreno verso il tacchino altrettanto spaventato, che si era sgonfiato per lo shock.
Di riflesso, lei afferrò il suo fucile da caccia, lo posizionò e sparò. Li mancò ed entrambi i tacchini scomparvero in una macchia di felci, facendo rumori che suonavano come un piccolo martello che colpisce un blocco di legno.
Gli echi si spensero e le foglie degli alberi tornarono nuovamente al loro mormorio. Guardò suo cugino, che guardò il suo arco e poi il terreno dove la sua freccia sporgeva assurdamente tra due rocce. Lui la guardò, e lei scoppiò a ridere.

lunedì 11 luglio 2016

Diana e l'Ultima Puntata di Outlander

Ascoltatemi....oppure no....
Avevo pensato di postarlo un po' prima dell'ultima puntata della seconda stagione dello show e avvertirvi in che direzione stava andando lo spettacolo per evitare che l'omissione di qualche particolare potesse scontentarvi e questo facesse perdere la vera bellezza e l'intensità dell'addio di Jamie e Claire.
Ma poi ho deciso di non farlo; non solo sarebbe stato spoiler, avrebbe infastidito alcune persone a priori e rovinato il finale, ma avrebbe anche causato un'agitazione generale che pensavo non sarebbe servita a nessuno per affrontare quello che è un finale spettacolare.
Ma volevo mostrarvi l'originale sia come conforto per i fan del libro sia come un piccolo regalo per i fan del solo show.
(Comunque... uno degli scrittori stava chiacchierando con me prima di un incontro tra scrittori a Los Angeles e ha detto: "Non ci sono i tagli con le iniziali, ma amerai quello che stiamo facendo!" Non disse nulla, ma l'espressione del mio viso deve aver dato un'impressione generale di quanto non fossi molto entusiasta. Ho mantenuto la cama e ho chiesto come sarebbe stato solo per sentirmi dire che Claire avrebbe dato a Jamie il pezzo d'ambra con la libellula, prima di attraversare le pietre.
Non voglio raccontare la totalità dei miei commenti a Ron e Maril sulla scia di questa conversazione, ma mi ricordo di aver detto: "... c'è una enorme distanza emotiva tra un 'Ti amo così appassionatamente da voler versare il mio sangue e marchiarmi così da poter ricordarmi il tuo tocco per sempre' a 'Ecco tesoro, prendi il più brutto regalo di matrimonio per ricordarti di me per i prossimi quarantacinque minuti prima di morire."
Hanno ammesso questa verità essenziale <colpo di tosse>, ma hanno insistito che non avrebbero potuto tagliare perché sarebbe stato disordinato (c'erano lo stesso tipo di problemi con il sangue-coltello del matrimonio, e immaginavamo sangue gocciolare dappertutto, cosa sarebbe accaduto sui costumi, che dovevano durare per più riprese) e avrebbe richiesto troppo tempo e interrotto il ritmo della scena.
In ognuno di questi casi, c'era indubbiamente della ragione, ma comunque. L'unica cosa che ho potuto fare è stato strappare la promessa che avrebbero parlato con il dipartimento delle scenografie di fare un nuovo pezzo d'ambra che non sembrasse poi così tanto come un pezzo uscito da un trasformatore di un palo del telefono rotto.)

Quindi...ecco l'estratto...

«Jamie», dissi con voce roca di sonno e di lacrime ricacciate in gola. «Jamie. Voglio che tu mi lasci un marchio.»
«Cosa?» domandò, allarmato.
Il piccolo sajan dhu che portava infilato nella calza giaceva a portata di mano, con il manico scolpito nel corno di cervo scuro contro il mucchio di vestiti. Lo presi e glielo porsi.
«Tagliami», lo incalzai. «Abbastanza a fondo da lasciarmi una cicatrice. Voglio portarmi via il tuo tocco, avere qualcosa di te che rimanga con me per sempre. Non m'importa se fa male; niente potrebbe farmi peggio che lasciarti. Almeno quando lo toccherò, ovunque io mi trovi, potrò sentirti su di me.»
La sua mano fu sopra la mia, poggiata sull'impugnatura del coltello. Dopo un attimo e una leggera pressione, annuì. Esitò per un istante, tenendo in mano la lama affilata come un rasoio, e io gli offrii la destra. Faceva caldo sotto le coperte, ma il respiro gli usciva di bocca a sbuffi visibili nell'aria fredda della stanza.
Mi girò il palmo verso l'alto e lo esaminò con attenzione, poi se lo portò alle labbra. Un morbido bacio al centro, quindi afferrò la base del mio pollice in un duro morso con risucchio, la lasciò andare e incise rapidamente la carne intorpidita. Non provai altro che una lieve sensazione di bruciore, ma il sangue sgorgò immediatamente. Si riportò subito la mano alla bocca, tenendola lì finché il flusso di sangue non rallentò. Poi fasciò accuratamente la ferita, che adesso mi bruciava, con un fazzoletto, ma non prima che io vedessi la forma del taglio: una piccola lettera «J», appena ricurva.
Alzai gli occhi e vidi che mi stava porgendo il coltellino. Lo presi e, con un gesto un po' esitante, presi la mano che mi offriva.
Chiuse brevemente gli occhi e la bocca, ma un lieve brontolio di dolore gli sfuggì dalle labbra mentre premevo la punta del coltello nella base carnosa del suo pollice. Il Monte di Venere, mi aveva detto una chiromante: indice di passione e di amore. Fu solo mentre completavo il piccolo taglio semicircolare che mi resi conto che mi aveva dato la sinistra.
«Avrei dovuto prendere l'altra», protestai. «L'elsa della tua spada la comprimerà.»
Sorrise appena.
«Non chiedo altro se non sentire il tuo tocco su di me nell'ultimo combattimento... ovunque abbia luogo.»
Dopo aver slegato il fazzoletto macchiato di sangue, premetti con forza la mia mano ferita contro la sua, le dita avvinte insieme. Il sangue era caldo e viscido, non ancora appiccicoso tra i nostri palmi.
«Sangue del mio Sangue...» sussurrai.
«... e Ossa delle mie Ossa», rispose sottovoce. Nessuno dei due potè finire il voto, «finché morte non ci separi», ma le parole non pronunciate aleggiarono dolorose tra noi. Alla fine gli spuntò sulle labbra un sorriso obliquo.
«Ancora più a lungo di così», dichiarò deciso, e mi trasse ancora una volta a sé.

«Frank», disse alla fine con un sospiro. «Be', lascio a te decidere che cosa dirgli di me. Probabilmente non vorrà sentirne parlare. Ma nel caso voglia, se ti rendi conto che puoi parlargli di me così come hai parlato a me di lui, allora digli... che gli sono grato. Digli che mi fido di lui, perché devo. E poi digli...» Le sue mani rafforzarono di colpo la presa sulle mie braccia, e parlò in un misto di riso e di assoluta sincerità.
«Digli che lo odio fino alle viscere e al midollo delle ossa!»
Eravamo vestiti, e la luce dell'alba si era intensificata in pieno giorno. Non c'era cibo, niente con cui rompere il nostro digiuno. Non c'era rimasto niente da fare... e niente da dire.
Sarebbe dovuto andarsene, ora, per arrivare in tempo alla brughiera di Drumossie.
Era il momento della separazione finale, ma non riuscivamo a trovare il modo di dirci addio.
Alla fine, con un sorriso mesto, si chinò e mi baciò delicatamente le labbra.
«Dicono...» cominciò, poi si fermò per schiarirsi la voce. «Dicono che nei tempi antichi, quando un uomo stava per andare a compiere una grande impresa... doveva trovare una strega indovina e chiederle di benedirlo. Lui doveva starsene in piedi e guardare avanti, nella direzione che avrebbe imboccato, mentre lei gli si avvicinava da dietro per pronunciare le parole della preghiera. Quando aveva finito, lui doveva andarsene via subito, senza guardarsi indietro, altrimenti gli avrebbe portato sfortuna per la sua impresa.»
Mi toccò il viso, poi girò le spalle, rivolto alla porta aperta. Il sole del mattino entrava a fiotti, accendendogli la chioma di un migliaio di fiamme. Raddrizzò le spalle ampie sotto il plaid e trasse un profondo respiro.
«Benedicimi, allora, o mia strega», chiese sottovoce, «e poi va'.»
Gli posai una mano sulla spalla, alla ricerca di parole. Jenny mi aveva insegnato alcune delle antiche preghiere celtiche di protezione; cercai di richiamarle alla mente.
«Gesù, tu che sei Figlio di Maria», cominciai con voce roca. «Mi appello al Tuo nome, e al nome del tuo amatissimo Apostolo Giovanni, e ai nomi di tutti i santi del rosso dominio, perché ti facciano da scudo nella battaglia a venire...»
Mi fermai, interrotta da un rumore di passi provenienti dal fianco della collina sotto. Un rumore di voci e di passi.
«Per di là !» esclamò. «Sono inglesi! Claire, va'!»
Corsi verso l'apertura nel muro, con il cuore in gola, mentre lui si dirigeva verso la porta, la mano alla spada. Mi fermai giusto un attimo per guardarlo un'ultima volta. Girò la testa, mi scorse e d'un tratto fu da me, spingendomi con forza contro il muro in un'agonia di disperazione. Sentivo la sua erezione premermi contro il ventre e l'elsa della sua spada contro il fianco.
Parlò rauco tra i miei capelli. «Ancora una volta, devo! Ma in fretta!» Addossata al muro, mi tirai su le gonne mentre lui si sollevava il kilt. Non fu un atto d'amore: mi prese velocemente, con violenza, e durò pochi secondi. Le voci erano più vicine: solo un centinaio di metri.
Mi baciò ancora una volta, abbastanza rudemente da lasciarmi in bocca il sapore del sangue. «Chiamalo Brian», disse, «come mio padre.» Con una spinta, mi mandò verso l'apertura. Mentre correvo, mi girai e lo vidi in piedi sulla soglia, la spada semisguainata, il pugnale pronto nella mano destra.

Il Ritorno

venerdì 10 giugno 2016

Estratto dal 9° libro: Jamie e Claire, certe cose non cambiano mai.

“…la notte che facemmo Faith.”
Alzai la testa sorpresa.
“Sai quando è stata concepita? Io non lo so.”
Fece scorrere la mano lentamente sulla mia schiena, con le dita che si fermavano per disegnare dei cerchi.  Se fossi stata un gatto, mi sarei messa a sventolargli delicatamente la coda sotto al naso.
“Aye, beh, suppongo che potrei sbagliarmi, ma ho sempre pensato che fosse stato la notte che venni nel tuo letto all'Abazia.”
Per un momento brancolai fra i miei ricordi. Quel periodo all'Abazia di Ste. Anne, quando fu così vicino a scegliere di morire, era uno di quelli che ripercorrevo di rado. Era stato un periodo di paura e confusione, di angoscia e disperazione. Eppure, quando mi guardavo indietro, trovavo una manciata di immagini vivide che spuntavano fuori come lettere illuminate su una pagina di latino antico.
Il viso di Padre Anselm, pallido alla luce delle candele, i suoi occhi caldi pieni di compassione e poi il crescente bagliore via via che ascoltava la mia confessione. Le mani dell’abate che toccavano la fronte, gli occhi, le labbra e i palmi di Jamie, delicate come il tocco di un colibrì, mentre ungevano il nipote morente con il sacramento dell’estrema unzione. La quiete della cappella, immersa nell'oscurità, dove avevo pregato per la sua vita e visto la mia preghiera esaudita.
E fra questi momenti c’era la notte in cui mi svegliai dal mio sonno e lo trovai in piedi, una pallida apparizione accanto al mio letto, nudo e infreddolito, così debole che poteva a malapena camminare, ma di nuovo pieno di vita e di una testarda determinazione che non lo avrebbe mai più lasciato.
“Ti ricordi di lei, quindi?” La mia mano si posò delicatamente sul mio stomaco mentre ricordavo. Non l’aveva mai vista o percepita, al di là di qualche calcio casuale e qualche spinta da dentro di me.
Mi baciò velocemente la fronte, poi mi guardò.
“Lo sai che lo faccio. Tu no?”
“Sì. Volevo soltanto che mi raccontassi di più.”
“Oh, intendo farlo.” Si sistemò su un gomito e mi strinse a sé, in modo che potessi condividere il suo plaid.
“Ti ricordi anche di questo?” chiesi, tirando giù la falda del tessuto con cui mi aveva coperta. “Quando condividesti il tuo plaid con me, la notte che ci conoscemmo?”
“Per evitare che ti congelassi? Aye.” Mi baciò la nuca. “Ero io a congelare, all'Abazia. Mi stavo consumando, cercando di camminare, e tu non mi lasciavi mangiare nulla, così stavo morendo di fame, e…”
“Oh, lo sai che non è vero! Tu…”
“Ti mentirei mai, Sassenach?”
“Sì, lo faresti eccome,” dissi, “Lo fai continuamente. Ma non preoccupiamoci di questo, ora. Stavi morendo di freddo e di fame e all'improvviso decidesti che invece di chiedere a Frate Roger una coperta o una tazza di qualcosa di caldo, avresti barcollato nudo giù per il corridoio di pietra scura e ti saresti infilato a letto con me.”
“Certe cose sono più importanti del cibo, Sassenach.” La sua mano si sistemò fermamente sul mio didietro. “E scoprire se sarei mai più stato in grado di andare ancora a letto con te era più importante di qualsiasi altra cosa, in quel momento. Avevo deciso che se non ci fossi riuscito, me ne sarei semplicemente andato fuori nella neve e non sarei mai più tornato.”
“Ovviamente, non ti era passato per la mente di aspettare qualche altra settimana per ritrovare le tue forze.”
“Beh, ero abbastanza sicuro di riuscire a camminare fin lì appoggiandomi al muro e che poi avrei fatto il resto sdraiato, quindi perché aspettare?”

mercoledì 1 giugno 2016

Estratto dal 9° libro: Jamie, Roger e la guerra

“No. Bada” Roger aggiunse in tutta onestà, scostando un ramo di pino grosso con una linfa dall’odore pungente che gli lasciò il palmo appiccicoso, “John Adams, Ben Franklin, tutti gli intellettuali e i predicatori, stanno rischiando il collo tanto quanto lo stai facendo tu...come lo stiamo facendo noi."
 “Aye”. Il terreno stava diventando più ripido e non dissero più nulla mentre salivano, riconoscendo la loro strada al di sopra dello strato frantumato di ghiaietto.
“Sto pensando che forse non posso morire -o condurre gli uomini verso la propria morte- solo per l’idea di libertà. Non ora”
“Non ora?” Gli fece eco Roger, sorpreso “Prima avresti potuto?”

“Aye. Quando tu e la ragazza e i vostri bambini eravate...là” Roger colse il breve movimento di una mano stesa verso un futuro distante. “Perché quello che ho fatto qui allora poteva essere...era...importante. Per tutti voi ed io posso combattere per voi” La sua voce si fece morbida “E’ quello che sto cercando di fare, aye?"
“Capisco” Disse Roger tranquillamente “Ma noi lo abbiamo sempre saputo, non è così?”
Jamie emise un suono dalla gola, in parte sorpreso
“Non so quando l’ho saputo” disse, un sorriso nella sua voce “forse a Leoch, quando ho scoperto che potevo mettere gli altri ragazzi nei guai e lo facevo. Dovrei forse confessarmi per questo?"
Roger accantonò la cosa.
“Sarà importante per Jem e Mandy e per tutti i nostri discendenti dopo di loro” disse. Prevedendo che Jem e Mandy avrebbero avuto figli a loro volta, aggiunse mentalmente e sentì una fredda preoccupazione alla bocca dello stomaco a questo pensiero.
“Quanti anni avevi la prima volta che hai visto uccidere un uomo” chiese Roger brutalmente
“Otto” Jamie replicò senza esitazione “In uno scontro durante la mia prima razzia. Non ne fui molto turbato”
Jamie si fermò improvvisamente e Roger dovette fare un passo di lato per evitare di sbattergli contro.
“Guarda” disse Jamie e lo fece. Stavano in cima a una piccolo altura dove gli alberi diminuivano per un momento e il Ridge e il versante nord dell’avvallamento sotto di esso si estendevano davanti a loro, un grosso massiccio di solido nero contro l’indaco del cielo sbiadito. Minuscole luci punteggiavano l’oscurità, pensò: le finestre e i camini scintillanti di una dozzina di capanne.
“Non sono solo le nostre mogli e i nostri figli, sai?” Disse Jamie e fece un cenno del capo verso le luci “sono anche loro. Tutti loro” la sua voce aveva una nota strana, una sorta di orgoglio ma anche rammarico e rassegnazione.
“Tutti loro”
Settantatre famiglie in tutto, Roger lo sapeva. Lui aveva visto i libri mastri che Jamie teneva, scritti con dolorosa cura, prendendo nota dell’economia e del benessere di ogni famiglia che occupava la sua terra e la sua mente.
“Ora dunque, così dirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti, io ti presi dall'ovile, di dietro alle pecore, per essere signore sopra il mio popolo, su Israele” la citazione balzo nella sua mente e lui la recitò ad alta voce, prima di pensare.
Jamie trasse un profondo, udibile sospiro
“Aye” disse “Con le pecore dovrebbe essere più facile” E improvvisamente “Claire e Brianna dicono che la guerra sta arrivando da Sud. Loro non li posso proteggere, se dovesse avvicinarsi” Fece un cenno verso le scintille lontane e a Roger fu chiaro che con “loro” lui intendeva i suoi fittavoli, la sua gente. Non si fermò per una risposta, ma rimessa la rastrelliera sulle sue spalle, cominciò a scendere.
Il sentiero di restringeva. Le spalle di Roger sfiorarono quelle di Jamie, vicine, e fece un passo indietro, seguendo suo suocero. La luna sorgeva in ritardo stasera, un pallido frammento
“Io ti aiuterò a proteggerli” disse alla schiena di Jamie. La sua voce era rauca.
“Questo lo so” disse Jamie sommessamente. Ci fu una piccola pausa come se Jamie stesse aspettando che parlasse ancora e lui capì che doveva
“Con il mio corpo” Disse Roger tranquillamente nella note “E con la mia anima, se dovesse essere necessario.”
Vide il profilo di Jamie, lo vide trarre un profondo respiro e le sue spalle rilassarsi mentre lo lasciava andare. Camminavano più svelti adesso; il sentiero era scuro e si allontanavano di tanto in tanto, i cespugli che colpivano le loro gambe nude.
Al margine della loro radura, Jamie fece una pausa e lasciò che Roger si avvicinasse e gli posò una mano sul braccio.
“Le cose che succedono in una guerra, le cose che fai...ti segnano” disse alla fine con calma “io non penso che essere un prete ti risparmierà, è quello che credo e mi dispiace per questo”.
-Ti hanno segnato. E mi dispiace per questo-  Ma non disse nulla; solo toccò leggermente la mano di Jamie nel punto dove si era appoggiato sul suo braccio. Jamie tolse la mano e camminarono insieme verso casa, in silenzio.

Traduzione di Iolanda

giovedì 5 maggio 2016

Estratto 9° libro: Raccontami i tuoi Sogni

"Tua madre ti ha mai detto del sogno che ho fatto? Poco dopo che voi...siete andati via." Non potè fare a meno di lanciare un'occhiata dietro le sue spalle, per essere sicuro che nessuno fosse a portata d'orecchio.
"No." Lei lo guardava con profondo interesse, un piccolo solco tra le sopracciglia, e lui non poté fare a meno di sorriderle. "Era un sogno divertente?" Chiese.
"Och, no. Stavo solo sorridevo perché assomigliavi moltissimo a Claire. Quando sta cercando di decifrare quale sia il problema di qualcuno, voglio dire."
Non rise, ma la fossetta che a volte le appariva sulla sua guancia destra apparve per un istante.
"Nessuno ha mai detto che assomiglio alla mamma," disse. "Continuano per tutto il tempo a dire quanto io sembri come te".
"Oh, assomigli a tua madre molto spesso," la rassicurò. "E' solo che non è una questione di capelli o di occhi o di quanto tu sia alta. E' lo sguardo sul tuo viso quando tocchi Jem o Mandy...o quando stai parlando con Roger Mac la sera sotto il portico, e la luce della luna nei tuoi occhi."
La sua voce era morbida e roca, e abbassò lo sguardo a terra, la sovrapposizione di strati su strati di foglie morte, come stelle morenti sotto i suoi stivali.
"Assomigli a tua madre nell'amore, voglio dire. Esattamente come lei."