[Nota dell’autrice – nel XVIII secolo un “canapè” (con l’accento sulla “e”) non era un antipasto, ma un pezzo dell’arredamento del salotto – un piccolo divano.]
«Tè, per favore,» disse Minnie alla donna che si era precipitata mentre si faceva strada nel corridoio, scortando l'alta Viscontessa. Come un rimorchiatore che accompagnava un Indiaman in banchina, pensò. «Caldo e con molto zucchero, se ce n’è. Se no, andrà bene anche il miele. Oh – e come vi chiamate, prego?»
«Moira O’Meara», disse la cuoca – perché chiaramente era la cuoca, Rafe non si era lasciato ingannare dal suo grembiule. La sua faccia era rossa, ma aveva una espressione sospettosa. «Voi…ehm…»
«Minerva, Duchessa di Pardloe,» disse Minnie, facendo un cenno con il cappello con tutte la grazia che le circostanze le permettevano. «Questa giovane donna vomiterà o sverrà tra un minuto o due. C’è un divano per svenimenti in questo posto? O almeno una dannata ottomana?»
Così incoraggiata, Mrs. O’Meara fu all’altezza della situazione e afferrò l’altro braccio della Viscontessa, e condusse il terzetto di donne in un salotto piccolo ma perfettamente arredato, che conteneva – grazie a Dio, la donna pesava come un barile di tabacco, o almeno così sembrava – un elegantissimo canapè, con gambe di ebano splendidamente intagliate e un rivestimento di pesante satin nero con ricami in filo d’oro.
Minnie si sentì allarmata al posto del rivestimento; la Viscontessa stava avendo dei conati di vomito delicatamente, con una mano sulla bocca, ma era o il divano o il pavimento, così la fece sedere sul divano, le spinse la testa senza tante cerimonie tra le ginocchia e disse: «Non vomitate, almeno non finché non avrò trovato un asciugamano. Portate un asciugamano!» urlò verso la porta aperta, attraverso la quale era scomparsa Mrs. O'Meara, con l'intenzione di preparare il tè.
Minnie si guardò intorno, ma la stanza sembrava non avere nulla di appropriato al suo scopo, e con un sospiro, allungò la mano attraverso il taglio della tasca, slacciò una delle sue sottogonne e, uscendone, la spinse – giusto in tempo – sotto il mento della Viscontessa.
Le cose da quel momento in poi furono un po' caotiche, ma un quarto d'ora dopo, Minnie si ritrovò in possesso di un vero e proprio tavolino da tè su ruote, dotato di una teiera fumante – un vero tè cinese, per giunta! – con latte, zucchero, miele e pane tostato imburrato. Due piccoli piatti da portata coperti annunciavano discretamente la presenza di sardine fritte e funghi imburrati. La viscontessa ne sentì l'odore e diventò verde.
«A me piacerebbe una bella sardina fritta,» disse Minnie in tono accattivante a Mrs. O'Meara. «Ma temo che questa giovane donna…»
«Tè, per favore,» disse Minnie alla donna che si era precipitata mentre si faceva strada nel corridoio, scortando l'alta Viscontessa. Come un rimorchiatore che accompagnava un Indiaman in banchina, pensò. «Caldo e con molto zucchero, se ce n’è. Se no, andrà bene anche il miele. Oh – e come vi chiamate, prego?»
«Moira O’Meara», disse la cuoca – perché chiaramente era la cuoca, Rafe non si era lasciato ingannare dal suo grembiule. La sua faccia era rossa, ma aveva una espressione sospettosa. «Voi…ehm…»
«Minerva, Duchessa di Pardloe,» disse Minnie, facendo un cenno con il cappello con tutte la grazia che le circostanze le permettevano. «Questa giovane donna vomiterà o sverrà tra un minuto o due. C’è un divano per svenimenti in questo posto? O almeno una dannata ottomana?»
Così incoraggiata, Mrs. O’Meara fu all’altezza della situazione e afferrò l’altro braccio della Viscontessa, e condusse il terzetto di donne in un salotto piccolo ma perfettamente arredato, che conteneva – grazie a Dio, la donna pesava come un barile di tabacco, o almeno così sembrava – un elegantissimo canapè, con gambe di ebano splendidamente intagliate e un rivestimento di pesante satin nero con ricami in filo d’oro.
Minnie si sentì allarmata al posto del rivestimento; la Viscontessa stava avendo dei conati di vomito delicatamente, con una mano sulla bocca, ma era o il divano o il pavimento, così la fece sedere sul divano, le spinse la testa senza tante cerimonie tra le ginocchia e disse: «Non vomitate, almeno non finché non avrò trovato un asciugamano. Portate un asciugamano!» urlò verso la porta aperta, attraverso la quale era scomparsa Mrs. O'Meara, con l'intenzione di preparare il tè.
Minnie si guardò intorno, ma la stanza sembrava non avere nulla di appropriato al suo scopo, e con un sospiro, allungò la mano attraverso il taglio della tasca, slacciò una delle sue sottogonne e, uscendone, la spinse – giusto in tempo – sotto il mento della Viscontessa.
Le cose da quel momento in poi furono un po' caotiche, ma un quarto d'ora dopo, Minnie si ritrovò in possesso di un vero e proprio tavolino da tè su ruote, dotato di una teiera fumante – un vero tè cinese, per giunta! – con latte, zucchero, miele e pane tostato imburrato. Due piccoli piatti da portata coperti annunciavano discretamente la presenza di sardine fritte e funghi imburrati. La viscontessa ne sentì l'odore e diventò verde.
«A me piacerebbe una bella sardina fritta,» disse Minnie in tono accattivante a Mrs. O'Meara. «Ma temo che questa giovane donna…»
«Dio tra noi e il Diavolo,» disse la cuoca, e reggendo il piatto con una mano e facendosi la croce con l’altra, riporto le sardine incriminate in cucina.
«Oh, Signore.» Minnie prese un pezzo di pane tostato con miele e sospirò di felicità. «Non ho mangiato nient’altro che gallette e porridge nell’ultimo mese, giuro. Avete mangiato qualcosa a colazione, mia cara?»
Amaranthus — il nome le era finalmente tornato in mente — scosse la testa, con un aspetto di latte rancido.
«Non ho potuto,» disse debolmente. «Quello-» agitò una mano molle in direzione di quello che rimaneva del piatto di portata. «Potreste—»
«Certamente!» Minnie balzò in piedi e afferrò i funghi, che avevano un odore terroso e succulento, ma purtroppo sembravano molli e viscidi a causa del burro, portandoli fuori nell'ingresso e depositandoli sul tavolo della reception, tra una serie di biglietti da visita, che si prese un momento per esaminare attentamente prima di tornare in salotto.
«Proprio non riesco a mangiare comodamente con un cappello, e voi?» chiese in tono discorsivo, togliendo le lunghe spille dal suo elegante chapeau e appoggiandolo sul tavolino da tè. «Perdonate il mio aspetto; sono appena scesa da una nave.»
La giovane donna fissò le colombe impagliate e deglutì, ma non disse nulla. Minnie sospirò tra sé; evidentemente avrebbe dovuto continuare quella conversazione da sola.
«Di quanto siete?» disse allegramente indicando la parte media del tronco di Amaranthus con i resti della sua fetta di pane tostato. «Circa quattro mesi?»
«Oh, Signore.» Minnie prese un pezzo di pane tostato con miele e sospirò di felicità. «Non ho mangiato nient’altro che gallette e porridge nell’ultimo mese, giuro. Avete mangiato qualcosa a colazione, mia cara?»
Amaranthus — il nome le era finalmente tornato in mente — scosse la testa, con un aspetto di latte rancido.
«Non ho potuto,» disse debolmente. «Quello-» agitò una mano molle in direzione di quello che rimaneva del piatto di portata. «Potreste—»
«Certamente!» Minnie balzò in piedi e afferrò i funghi, che avevano un odore terroso e succulento, ma purtroppo sembravano molli e viscidi a causa del burro, portandoli fuori nell'ingresso e depositandoli sul tavolo della reception, tra una serie di biglietti da visita, che si prese un momento per esaminare attentamente prima di tornare in salotto.
«Proprio non riesco a mangiare comodamente con un cappello, e voi?» chiese in tono discorsivo, togliendo le lunghe spille dal suo elegante chapeau e appoggiandolo sul tavolino da tè. «Perdonate il mio aspetto; sono appena scesa da una nave.»
La giovane donna fissò le colombe impagliate e deglutì, ma non disse nulla. Minnie sospirò tra sé; evidentemente avrebbe dovuto continuare quella conversazione da sola.
«Di quanto siete?» disse allegramente indicando la parte media del tronco di Amaranthus con i resti della sua fetta di pane tostato. «Circa quattro mesi?»
*Ritratto: Five O'Clock Tea, David Comba Adamson (1856 - 1926)






